Negli ultimi tre mesi nei media ticinesi e nei social network si è parlato molto dell’educazione fisica in Ticino (d’ora in poi Ef), ci si è interrogati e talvolta ci si è arrabbiati.
Si è discusso sul senso dell’Ef nelle scuole dell’obbligo e post obbligatorie (richiamando l’Ordinanza federale che prevede un minimo di tre ore settimanali di Ef), qualcuno ha affermato che questa materia abbia il compito di permettere agli allievi di sfogarsi, altri hanno sostenuto invece che serva a mantenere i ragazzi sani da un punto di vista psicofisico (richiamando il vecchio detto “mens sana in corpore sano”), taluni ritengono serva per invogliare i giovani a intraprendere una carriera sportiva nelle società extrascolastiche, pochi hanno affermato che abbia un’importanza educativa, molti l’hanno confusa con lo sport a scuola o la ginnastica a scuola. Si è parlato di valutazione in Ef e sul senso che questa può ricoprire per i nostri giovani, introducendo come ulteriore elemento gli sportivi d’élite che devono (?) seguire le lezioni di Ef. Ognuno ha il diritto di esprimere, secondo un principio di diritto d’espressione, ciò che ritiene corretto secondo il suo ruolo (docente, genitore, politico, figura istituzionale…) e questo ha fatto sì che negli ultimi tre mesi si siano dette tante cose, talmente tante da rischiare di creare molta confusione. Si è persa forse l’occasione di reagire in modo costruttivo e di chiarire cosa significhi Ef nella scuola ticinese. Sono più di dieci anni, che nel nostro cantone l’Ef è definita come la “pedagogia delle condotte motorie” (ratificata con una Risoluzione cantonale, rispettivamente il Regolamento della Legge sullo sport e l’attività fisica). Pedagogia perché, in quanto materia scolastica dell’obbligo, l’educazione fisica (lo dice già il suo nome) deve rappresentare una materia che contribuisce alla crescita educativa dell’allievo, favorendo quindi lo sviluppo del futuro cittadino. Condotte motorie perché non interessa tanto l’apprendimento di singole discipline sportive (come ad esempio il nuoto, il calcio, l’atletica o lo sci), quanto piuttosto il significato, il valore e il senso che ogni azione motoria assume per l’allievo che la compie, determinandone e condizionandone l’esito. All’educazione fisica interessano i processi cognitivi (come gestione di spazio e tempo, percezioni sensoriali, strategie e adattamenti dei propri comportamenti motori a seconda del luogo in cui si svolge l’attività e delle condizioni atmosferiche), la gestione delle emozioni (come la rabbia per una sconfitta, l’ansia di essere presi o l’euforia e la gioia dettate dalla motivazione e dal piacere di svolgere attività motorie), le capacità di relazionarsi agli altri adattandosi a loro e rispettandoli, la capacità di esprimere e comunicare agli altri attraverso il proprio corpo e infine il saper gestire le proprie risorse energetiche per la durata richiesta, tutto questo durante qualunque tipo di attività motoria (va da sé quindi che l'attività fisica va svolta in modo sano, sicuro e in funzione delle proprie capacità fisiche). Gli aspetti appena citati sono le cosiddette dimensioni della personalità del soggetto in movimento, che caratterizzano gli apprendimenti in Ef, alla pari di oralità, lettura, scrittura e pensiero critico per la materia “italiano”. Per fare questo il docente sceglie e propone situazioni motorie che ritiene adatte alle capacità dei suoi allievi, mettendoli in condizione di confrontarsi unicamente con loro stessi, con gli altri e/o con le peculiarità e le incertezze dovute all’ambiente circostante (per intenderci, è diverso se un allievo deve correre lungo una pista di atletica, oppure scappare da un compagno che cerca di prenderlo in palestra o ancora se corre in un bosco dovendo evitare di inciampare o scivolare su sassi, radici, foglie e altro). Fatta questa premessa, gli sport rappresentano quindi solo parte delle risorse didattiche che un docente di Ef può offrire ai suoi allievi, alla pari dei giochi tradizionali (come ad esempio nascondini o giochi d’inseguimento) e altre forme didattiche create appositamente dal docente, come dei giochi non istituzionalizzati in federazioni sportive, ma che possono fungere da attività educative per gli apprendimenti legati alle dimensioni sopracitate. Definire l’educazione fisica come sport a scuola o ginnastica è quindi riduttivo (sarebbe come affermare che la matematica corrisponda all’aritmetica, tralasciando altri aspetti quali la geometria, l’algebra, la statistica e la probabilità). Agli allievi verrà sì chiesto di cimentarsi con situazioni vieppiù complesse durante l’arco della scolarizzazione (quindi dovranno cimentarsi anche con diverse attività sportive), ma queste non saranno proposte con scopi fini a se stessi (come ad esempio saper giocare a pallavolo), bensì come situazioni in cui mostrare di essere solidali verso i compagni, rispettosi degli avversari, accettando gli errori propri e degli altri e gestendo le energie per tutta la partita. Le capacità tecniche (che i docenti devono costruire con gli allievi) sono non l’obiettivo finale, bensì il presupposto minimo da possedere per poter utilizzare la situazione motoria per apprendimenti più vasti. L’educazione fisica consente quindi agli allievi di prepararsi alla vita personale e professionale dell'adulto, che nel lavoro dovrà assumersi delle responsabilità e le conseguenze delle sue scelte, che dovrà lavorare in équipe, che dovrà trovare strategie diverse a seconda della situazione/problematica con la quale si confronterà e che dovrà imparare a gestire al meglio le proprie risorse fisiche anche in ottica di prevenzione e salute. Per questi motivi crediamo risulti chiaro come un allievo con lo statuto di sportivo d’élite non dovrebbe, in generale, essere esonerato dall’educazione fisica, perché la sua disciplina sportiva (per la quale può eccellere a livello mondiale) non ha lo stesso senso educativo dell’educazione fisica. Non è con una prestazione specifica in una singola disciplina sportiva che un allievo dimostra di essere competente in ambito educativo. Da qui reputiamo si possa anche capire che uno sportivo d’élite che frequenta la scuola dell’obbligo o post obbligatoria non per forza deve avere la nota massima in pagella (ad esempio può essere il più veloce di tutta la Svizzera nella sua categoria, ma se non sa adattarsi agli altri, ai compiti motori o all’ambiente, non può ricevere un 6). La nostra rifiessione non vuole essere una presa di posizione su un caso particolare (di cui si è già ampiamente discusso), bensì una considerazione di carattere generale. L’argomento della valutazione è inoltre ancora più complesso, in quanto culturalmente anche in Ticino si tende ad associare la formazione alla valutazione certificativa; leggendo i recenti articoli, sembra che ciò che conta è esclusivamente avere belle note. Non ci pare si dia invece molto rilievo al cosa, quanto, come e quando un allievo ha appreso. Le note determinano l’accesso al liceo, le note possono dare accesso a una formazione professionale o possono precluderla. Cosa si celi socialmente dietro al numero del voto (indipendentemente dalla materia scolastica) ci sembra aver perso importanza e questo dovrebbe costituire secondo noi un elemento di rifiessione sociale e culturale ben più importante rispetto a quanto siamo stati abituati a fare negli ultimi anni. Non crediamo sia importante il messaggio “bisogna avere la media del 4,65 per andare al liceo”, bensì sarebbe opportuno che allievi, genitori, politici e docenti considerino il profilo di competenze dei nostri giovani, per capire quale strada formativa sia più idonea per ognuno di loro.