ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


I bambini nell’era del tablet


Tempi moderni.
Dubbi, speranze e critiche dopo i primi risultati di un esperimento dell’organizzazione non governativa One Laptop Per Child con bambini analfabeti di due villaggi etiopi

Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, recita un antico proverbio africano. Oggi, almeno dal punto di vista culturale, l’impresa sembra più facile grazie ai tablet. I bimbi di Wonchi e Wolonchete, due poverissimi villaggi dell’Etiopia, hanno imparato a leggere e a scrivere diverse parole senza insegnanti e libri di testo, utilizzando le lavagnette elettroniche a ricarica solare distribuite loro da Nicholas Negroponte, professore al Massachusetts Institute of Technology (Mit) e fondatore dell’organizzazione non governativa One Laptop Per Child (un portatile per ogni bambino). Di più. Alcuni di loro sono riusciti anche a sbloccare il sistema operativo dei computer, come provetti hacker.

«Pensavo che avrebbero giocato con le scatole – ha dichiarato Negroponte alla «Technology Review», la rivista online della prestigiosa università di ricerca statunitense –. Invece, in quattro minuti, un bambino non solo aveva aperto la confezione e trovato il pulsante di accensione del tablet… era anche riuscito ad avviarlo. In cinque giorni ognuno stava già usando una media di 47 applicazioni ogni 24 ore. In due settimane cantavano l’alfabeto. Cinque mesi dopo avevano hackerato il sistema operativo Android, per far funzionare la fotocamera del tablet che qualche idiota, della nostra organizzazione o del Media Lab, aveva disabilitato».

Ora il risultato dell’ultimo esperimento del professore statunitense – realizzato per rispondere alla domanda: «i bambini possono imparare come si legge da soli?» – fa ben sperare sul ruolo che l’informatica e in particolare i tablet possono avere nel migliorare il livello d’istruzione e apprendimento dei 100 milioni di bambini nel mondo senza un accesso alla scuola.

Negroponte, però, mette le mani avanti. I primi risultati promettenti non autorizzano a ritenere concluso l’esperimento: «Serve altro tempo per stabilire se i bambini possono imparare a leggere in questo modo – ha dichiarato il professore sulla rivista del Mit –. E quando lo avremo appurato saranno necessari un altro paio d’anni per arrivare a una conclusione che la comunità scienti?ca possa accettare. Dovremo quindi ripartire da zero con l’esperimento anche in un altro villaggio».

Il lavoro di Negroponte è stato accolto con interesse anche dai media. Il quotidiano «la Repubblica » ha sottolineato un aspetto importante: per la prima volta, grazie al tablet, sono i bambini ad aiutare i loro genitori e gli altri adulti del villaggio ad apprendere. Ma non mancano le voci fuori dal coro e le critiche di chi, pur riconoscendo l’utilità del computer, teme che l’operazione possa indurre a diminuire gli sforzi per portare le scuole anche nelle zone più periferiche del continente nero. Abbandonando di fatto i bambini con in mano una tavoletta, senza la mediazione di un insegnante.

Lee Marshall, dal suo blog sulla rivista «Internazionale», ha provocatoriamente accusato di neocolonialismo l’operazione tablet. «Chi osservava i bambini e come li osservava? (Erano nascosti dentro delle tane, come gli ornitologi, magari con il binocolo?) – si chiede il giornalista britannico –. Qualcuno ha controllato che l’introduzione dei tablet non abbia provocato rancori, rivalità o l’emarginazione dei più deboli, come la bottiglia di Coca-Cola nel ?lm sudafricano Ma che siamo tutti matti? ». Marshall ricorda il saggio antropologico-satirico di Umberto Eco: «Industria e repressione sessuale in una società padana» (http://www.scudit.net/mdimmieco.htm) per rovesciare la situazione. «Se un’Ong etiopica arrivasse un giorno in un paese del midwest statunitense proponendo, che ne so, di con?scare tutti i cellulari, tablet e computer dei bambini tra i sei e gli otto anni, sostituirli con dei tablet programmati interamente in oromo e osservare i bambini mentre li usano, come sarebbe accolta?», scrive Marshall.

Intanto, nel mondo occidentale, la prospettiva cambia. Sono sempre di più i docenti, come quelli italiani del network Athena – Fondazione Pubblicità Progresso, preoccupati del livello di scarsa attenzione manifestato dagli allievi, «distratti» dai loro portatili, sempre connessi a internet, anche quando sono in aula. E non mancano i medici che consigliano ai genitori di vietare l’uso delle tavolette a letto prima di addormentarsi. La retroilluminazione, secondo uno studio pubblicato dalla rivista scienti?ca statunitense Applied Ergonomics, avrebbe un effetto negativo sul sonno: due ore di esposizione possono abbattere la melatonina del 22%. L’allarme più preoccupante, però, rimane quello del cyberbullismo. Da una ricerca di Save the Children, preparata prima dell’ultimo Safer Internet Day dello scorso 5 febbraio (giornata europea dedicata alla sicurezza in rete), emerge che le cattiverie e le critiche dei coetanei via chat e sms terrorizzano i minorenni più di droga e pedo?lia. Morale? Non bisognerebbe lasciare i bambini da soli davanti a uno schermo collegato a internet… neppure in un villaggio africano.

“I bambini in quattro minuti sono riusciti ad accendere il tablet, cinque mesi dopo avevano hackerato il sistema operativo”

 

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