Nel tmpo in cui ero bambino andava di paese in paese un acrobata che, entrato con la sua motocicletta in una grande sfera fatta di profilati di metallo, girava ossessivamente nella stessa, percorrendo ogni orbita possibile e lasciando senza fiato gli spettatori. Io mi chiedevo, invece di stupirmi, perché, piuttosto che girare in tondo, l’acrobata non usasse il suo veicolo per fare passeggiate e scoprire il mondo.
Molti docenti e organi dirigenti della scuola oggi si possono paragonare a quel motociclista. Dispongono d’attrezzature elettroniche e mezzi tecnici straordinari con i quali possono compiere o accelerare le funzioni di loro competenza.
Sono impegnati e coraggiosi come acrobati e fanno molto per lasciar senza fiato gli spettatori (gli allievi), ma si limitano a girare ossessivamente dentro uno spazio culturale definito.È stata perciò una gradevole sorpresa l’iniziativa di questo quotidiano di riaprire il dibattito sulla scuola. Il contributo di Giorgio Mainini ‘laRegione, 28.9.09, p. 1’, richiamando una presa di posizione di Giorgio Ostinelli sempre su questo giornale del 2 giugno 2009, a sorpresa e per primo esortava i docenti a mettersi in discussione.
Oggi, sebbene sia difficile, per capire e cambiare, è indispensabile uscire dalla sfera di profilati d’acciaio degli stereotipi e dei luoghi comuni, arretrare nel tempo e nello spazio sociale e ripartire da capo. Saliti troppo in alto su una scala della pedagogia e delle scienze dell’educazione non sappiamo e non vediamo più cosa c’è in terra. E se scendiamo appare evidente che le parole chiave da digitare per aprire un discorso adeguato e razionale sono solo tre: amore, cultura e arte.
Noi non amiamo i giovani
Il primo, nel motore di ricerca della memoria, può darci alcune migliaia d’interpretazioni. Tuttavia la domanda da porsi è semplice: noi amiamo i nostri figli? rispettiamo l’infanzia, la fanciullezza, la gioventù? Personalmente ritengo di no. Noi non amiamo i giovani. Uno Stato che invecchia, abitato in prevalenza da anziani che di figli non ne hanno avuti o ne hanno fatti pochi, già fisiologicamente è nell’impossibilità di dare un senso concreto a questo sentimento. Piuttosto, per giustificarci e parafrasando Proust, lo scrittore della decadenza di un regime aristocratico che oggi si ripropone con altre modalità ma con la stessa sostanza, noi amiamo il nostro amore per i giovani, non i giovani e tutto si esaurisce in questo sterile sentimento. Questo assioma trova conferme se osserviamo l’universo animale e dei biotopi naturali. Oggi noi ai bambini, inserendoli nelle mandrie al pascolo nelle lande urbane anonime e nei supermercati, già a partire dai sei anni, attacchiamo al collo dei telefonini come se fossero dei campanacci. Gli originali, negli alpeggi, davano concerti di una bellezza e di un’armonia straordinarie. I cellulari invece sono lo strumento con il quale gli adolescenti esprimono tutta la loro solitudine e le incipienti nevrosi o devianze, dovute alle barriere che l’uso obbligatorio del mezzo impone. Troppo spesso si vedono atteggiamenti compulsivi, volti a ricercare ossessivamente un rapporto d’affetto che non c’è, proprio perché l’ideologia dominante pretende di sostituire l’incontro fisico e l’abbraccio reale con quello virtuale. Il narcisismo che ne consegue, appena scoperte ed incontrate le barriere invalicabili che impediscono al mezzo di dare al giovane la soddisfazione che promette, provocano la violenza che ben conosciamo.
Il secondo indizio conferma ampiamente il disamore per la gioventù. La protezione del lupo, proposta come metafora, la libera disposizione che ha di massacrare le pecore e gli agnelli e la giustificazione dello Stato che paga un risarcimento, confermando che la vita e gli affetti si possono ridurre ad un valore monetizzabile, non può provocare altro che angoscia e sofferenza nelle fasi della crescita dei nostri figli.
Nel tempo in cui erano i nazisti e i fascisti ad imporre la legge del più forte, ci si opponeva anche a costo della vita; quando invece lo fanno l’economia, la finanza e i manager che ne determinano le sorti, va bene e lo Stato, i prepotenti, li approva e li premia. Nessuno ha mai chiesto ai figli svizzeri cosa ne pensano quando a centinaia i loro padri e le loro madri sono messi sulla strada da cavalieri d’industria e della finanza che si vedono sempre, dopo questi fatti prevaricatori, aumentare i bonus e le quotazioni delle azioni delle ditte che mal dirigono.
Un terzo indizio d’indifferenza e cinismo verso l’infanzia è proprio dato da uno Stato che recentemente ha deciso, invece che di riavvicinare la madre e il padre al bambino, di premiarli, aiutandoli a pagare i surrogati dei genitori quando i padri e le madri se ne stanno lontani dai figli per il bene e gli utili dell’economia. Ma potremmo andare oltre e, sconvolti, constatare come in favore del mondo animale si legifera con una generosità infinita. Le mucche, le pecore e le capre, oggi persino le galline, hanno garantita la libera stabulazione in spazi adeguati mentre che i bambini, proprio nelle scuole che per concezione architettonica raramente si sono scostate dalle caserme, vengono costretti a stare delle ore in aule chiuse, indipendentemente dal tempo che fa.
Formatori nelle mani di un Cda
Per il secondo prefisso, quello riguardante il problema culturale, nella nostra repubblica lo si può chiudere senza molte e inutili chiacchiere che c’innalzano da terra e non servono a niente. Aveva già lasciato di sasso il fatto che né i docenti, né gli studenti dell’ASP hanno reagito all’infausta decisione di collocare questa scuola nella SUPSI. Dal controllo democratico e politico dello Stato, dall’autorevole, indipendente e prestigiosa Magistrale di Calgari, di Foglia, di Speziali, di Marazzi e di Monighetti, tutti direttori che nella scuola avevano operato, la conoscevano così come comprendevano il Paese, i formatori della nostra gioventù sono ora nelle mani di un consiglio d’amministrazione della SUPSI, presieduto da un funzionario di banca, composto da rappresentanti dell’economia, dell’industria e da professori del Poli che vengono saltuariamente al Sud perché qui c’è il sole.
Risolvere i problemi dell’ASP e della scuola ticinese con metodi e sistemi tecnico-manageriali, come gli obiettivi e il carattere di una SUPSI diretta da un ingegnere meccanico prescrivono, è una missione che il comune buon senso ritiene impossibile. Il risultato e gli effetti di questa recente e infelice decisione del nostro parlamento non si sono fatti attendere: la nuova direttrice dell’Alta, si fa per dire, scuola pedagogica non parla italiano. Non ho fino ad oggi letto una riga, non ho sentito un’obiezione su ciò che questa grave violazione d’ogni principio culturale che definisce nel paese un’identità e lo stesso rispetto dovuto alla nostra italianità può rappresentare. Pretendiamo un consigliere federale italiano svizzero e neanche sappiamo reagire, quando un Cda di una scuola universitaria, che si dimostra cinico, incolto e incompetente a disporre di una scuola formatrice di docenti e con ciò definire il valore presente e futuro della nostra lingua italiana, risolutivo per la nostra cultura e fondante della stessa, per trasmetterlo ai nostri figli c’impone una persona che di lingua e di cultura italiana non ne sa nulla. L’obiettivo non tanto nascosto è di predisporre l’insegnamento ai fini dell’omogeneizzazione con la conseguente perdita dell’identità e dell’indipendenza della scuola e del nostro Cantone. Si seguono così, invece che la razionalità, quelle che sono le scorie di un’ideologia del mercato e della globalizzazione mal comprese e male interpretate.
Il sapere non può esser trasmesso
E passiamo al terzo prefisso: l’arte. Con molta probabilità dovremo in futuro prendere atto ed accettare che il sapere non può essere trasmesso. Quello che nella scuola oggi si fa, presumendo l’efficacia e un’utilità del passaggio agli allievi di nozioni o, come scrive Mainini, di vecchiume, è una perdita di tempo che spesso maschera la delega della custodia e del controllo dei figli che i genitori danno ai docenti delle scuole pubbliche e private, per toglierseli di torno e saperli al sicuro. Il dr . Gerhard Roth, biologo, direttore dell’istituto delle ricerche sul cervello dell’Università di Brema e presidente della Fondazione dello Stato federale per lo studio del popolo tedesco, ha dimostrato con rigore scientifico che il sapere non può essere trasmesso ma va costruito con un consenso reciproco.
Per insegnare ed apprendere è indispensabile una partecipazione emozionale che germoglia e si sviluppa esclusivamente in un campo di vocazione e carattere umanistici e muore nell’aridità delle lande della tecnica. Ogni tentativo d’imporre una rappresentazione mentale, quando non si stabilisce un’interazione dinamica con il discente, cade nel vuoto o resta in superficie invece di scendere nel profondo dell’anima ed ogni insignificante soffio la disperde. Ciò è dimostrato largamente dall’analfabetismo di ritorno, denunciato senza sondarne seriamente le cause per non mettere in crisi un sistema o meglio, un regime vigente nella scuola che s’intende consolidare con promozioni e stipendi basati su una meritocrazia stabilita dogmaticamente dall’alto. Nelle scuole ticinesi vi sono stati, vi operano oggi e vi saranno in futuro docenti dotati del talento necessario per predisporre e negoziare con l’allievo, entrambi messi su un piano di parità e di rispetto reciproco, lo scambio d’emozioni, d’immagini e di pensieri. Appartengono tuttavia questi maestri ad una limitata schiera d’artisti eletti, come pochi sono i pittori, i musicisti, gli scrittori, gli scultori, gli architetti, gli attori, i registi e i poeti che, a differenza dei mestieranti, operano con onestà intellettuale e la coscienza che ogni attività artistica gratifica molto gli altri e dà, a chi la pratica con rigore, più tormento e sofferenza che soddisfazioni.