ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


La scuola pubblica è scuola di vita


Resta un mistero insondabile quello dell’uomo e della donna che, messi di fronte all’evidenza, non la riconoscono. Così, d’acchito, si potrebbe pensare al capriccio, al piacere di contraddire, ma il punto non è questo. C’è qualcosa nella coscienza che dà fascino alla tentazione di credere nell’irragionevole ed insieme svela lo spazio limitato in cui la fede può e gli è concesso di agire se confrontato all’immensità del territorio dal quale ogni sua competenza è bandita. Rende bene l’idea quando s’invoca l’onestà intellettuale che non è necessariamente contrapposta alla morale religiosa e non deve, per realizzarsi, seguirla alla lettera. Purtroppo l’onestà e la coerenza, dalle istituzioni religiose non riceve sempre il sostegno e l’appoggio necessario per confermare orientamenti ragionevoli e dagli effetti socialmente benefici. Chi ha fede, o spesso chi si appropria d’una stabilita, spesso s’arroga il diritto di considerarsi appartenente ad un gruppo che può escludere chi non ha la fortuna d’essere illuminato dalle grazie di un olimpo e ciò già contraddice ogni coerente pensiero che favorisce la convivenza armoniosa fra gli uomini e le donne. Oggi tuttavia, a rivendicare diritti e competenze d’esclusione, non sono le istituzioni religiose ma gruppi trasversali composti da comunioni sui generis di banchieri, politici e giornalisti televisivi tremendamente seccati dal fatto che i loro figli o nipoti frequentano una scuola in cui, secondo loro, la promiscuità delle etnie e delle classi sociali fa più danni di quella dei sessi. Per chi vuole evitare il tedio ai propri pargoli, imperante in ogni aula dove i docenti, secondo i benpensanti, perdono il loro tempo dedicandolo ai meno dotati invece di spingere avanti i più bravi, che sono sempre i figli di chi sta bene, ci sono le scuole private. Le elites stabilite, per la fortuna del progresso e delle civiltà, s’interessano più ad apparire che ad essere colte e previdenti. Perciò, anche loro come i fiori, appassiscono. Cosa dovrebbero fare le classi dominanti per evitare le correnti che periodicamente le spazzano via e predispongono i ricambi senza tener conto del denaro, delle relazioni e di tutto ciò su cui chi ha potere s’appoggia? Dovrebbero in primo luogo essere coscienti che, se si trovano in alto, sono sempre sedute su un ramo di un albero. Si sa che ogni fronda, se non riceve sufficiente sole perché messa in ombra da altre, secca e marcisce. Poi dovrebbero imparare a conoscere già in gioventù l’albero, la terra in cui affonda le sue radici, la foresta che sta attorno. A mio parere il sapere che determina la sopravvivenza o meno d’ogni potere s’acquisisce più che in una scuola privata, in quella pubblica dove ci si annoia; per esempio in classi nelle quali, per passare il tempo, i ragazzi maliziosi confrontano la bellezza del viso delle ragazze col velo alla volgarità dei fondoschiena parzialmente nudi con accennati i nastrini colorati dei perizoma.

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