Morto Eugenio Corecco, in un articolo pubblicato da questo quotidiano, avevo auspicato, interpretando il desiderio di molti, la nomina di un vescovo di tutti. Pretendere un cardinal Martini, per questo piccolo paese, sapevo che era troppo. Però ne volevo uno che gli assomigliasse almeno un po’; insomma un vescovo che per il rispetto delle idee altrui, per la saggezza che non è mai innata ma va conquistata giorno dopo giorno con l'ausilio della prudenza e per equilibrio si scostasse dalle pericolose posizioni del suo predecessore. Corecco fu maestro e ispiratore del discusso Haas, letteralmente e platealmente espulso a furor di popolo dalla diocesi di Coira. I cattolici ticinesi non hanno purtroppo avuto né il coraggio civile, né l'energia data dalla vicinanza di una Svizzera tedesca di autentica cultura morale più che di fede protestante, per capire il personaggio ed opporsi con efficacia a quanto stava facendo il vescovo ciellino. L'obiettivo di Corecco, come quello del suo allievo Haas, era di scardinare lo stato laico, liberale e moderno per sostituirlo con uno in cui l'istituzione della Chiesa riprende il potere, se non l'egemonia, nella conduzione politica del paese. Il movimento CL, da lui fondato e promosso nel Ticino, lo usò quale avanguardia intellettuale, fondamentalmente antimodernista. Per il lavoro sporco di scardinamento delle istituzioni pubbliche, il vescovo Corecco, sicuramente più avveduto e scaltro dei liberali, nipoti passivi dei Battaglini, dei fratelli Ciani, dei Simen, dei Pioda e dei Luvini, si allea al pregiudicato Giuliano Bignasca e gli stampa, nella sua sedicente 'buona' tipografia Il mattino della domenica. Così le prediche dei giorni di festa acquistavano efficacia ed erano complementari, per la qualità e i toni del linguaggio, proprio perché fatte da due pulpiti diversi. Alla nomina di Giuseppe Torti, con gli amici, avevo esultato perché mi illudevo che il buon parroco di Bellinzona fosse un uomo che all'edificazione di una chiesa trionfante nel campo politico e secolare preferiva il faticoso ed umile lavoro di promozione morale, di carità al servizio delle anime perse e di partecipazione alle pene di chi ha poco o nulla.
Con la sua recente presa di posizione Pubblica in favore del sussidiamento della scuola cattolica il vescovo Torti mi ha deluso, profondamente. E non senza stupore ho potuto ancora una volta constatare come quel micelio sotterraneo, che sembrava completamente estinto e scomparso, composto di chi non ha mai agito a viso aperto e che si chiama clericalismo, è oggi più che mai vigoroso e produce funghi d'ogni specie, esclusi tuttavia gli squisiti boleti, le russole buone e le profumate cantarelle. Ci sono, fra i miceti spuntati nell'area del sottobosco clericale, quelli brutti e non certo appetibili, come Giuliano Bignasca, determinante nella raccolta delle firme per sussidiare la scuola cattolica, e quelli che a prima vista sembrano belli e sani, come il Giorgio Salvadè, la Marina Masoni, o la Duca-Widmer. Ma sono amanite con proprietà allucinogene se prese in piccole dosi, mortali se si esagera. Allucinogene per le illusioni che ci danno quando ci raccontano di obiettivi e mire che sarebbero limitate, ma purtroppo mortali per la scuola pubblica come l'hanno voluta i liberali dell'Ottocento, gli Zorzi, Brenno Galli, Speziali e i Celio nel Novecento e come oggi la ritroviamo. Ora, nel sottobosco politico-clericale - sicuramente non spontaneo ma quale champignon di coltivazione forzata - spunta anche Giuseppe Torti. Un vescovo fino ad oggi completamente e sempre assente. Non l'abbiamo infatti mai visto scrivere personalmente un editoriale o manifestare pubblicamente la minima preoccupazione o lo sdegno per il degrado morale in cui la città di Lugano e il Ticino intero si trovavano per il problema della prostituzione, quando in una casa di tolleranza sulla quale Bignasca lucrava, una povera disgraziata veniva sgozzata. Non l'abbiamo visto intervenire nel momento in cui la più alta autorità penale del Cantone per presunta cupidigia, era implicata in un clamoroso scandalo. E non abbiamo visto il vescovo Torti mostrare personalmente la minima indignazione nemmeno recentemente, quando la polizia ha trovato, in una gabbia sul Piano di Magadino dallo strano nome di una prigione degli Stati Uniti, 120 minorenni, probabilmente censiti tutti quali cattolici, che ci vanno per farsi modificare l'architettura del cervello. Il cardinal Martini a Milano si comporta decisamente in altro modo di fronte a drammi o tragedie di questo genere. Dà puntuali indicazioni d'ordine morale e di condotta civile e soprattutto non fa calcoli su quanto chiedere allo Stato ma, se ha tempo, di quanto lui può dare allo Stato. Fra gli inquietanti funghi citati che traggono ingordamente il sostentamento dalla buona terra ticinese, troviamo personaggi inaffidabili per uno stato e una tv che si dicono neutrali e laici, come il Fazioli che con ammirevole ostinazione ha operato per legittimare e far passare per puliti (persino per simpatici) personaggi come il topo Giuliano, in continua fuga dai creditori. Quando finalmente è in trappola, gli uomini di Marina Masoni che stanno alla Banca dello Stato gliela riaprono e lui può di nuovo scorrazzare e mangiare la buona pasta degli Emmenthal svizzeri. Questa visione delle cose sembrerà ai più costruita, falsa o perlomeno esagerata. La conferma che tutto sta nei termini qui descritti viene da un paradosso, forte ed efficace come un pugno nello stomaco. La difesa della scuola pubblica è stata ideata e condotta sino a ieri da cattolici, con in testa Mario Forni, Aldo Lafranchi, padre Callisto per citare spiriti mossi nel loro operare da autentico senso della giustizia e da carità cristiana, già perché si dissociano dai cattolici che oggi assaltano la diligenza che trasporta il tesoro della scuola pubblica, facendo poi finta che non si prendono niente, o quasi e invece una volta seduti a cassetta, portano come sempre e tutto dove vogliono loro. I liberali radicali e i socialisti, salvo rare eccezioni, sono stati per lo più a contemplare stupiti, la capacità di manipolazione del linguaggio espressa e manifestata, non senza l'abituale arroganza, dai clericali che hanno intitolato la loro iniziativa "Per una libera scelta della scuola". È una frase che sta bene nel campionario degli scherzi da prete se fra i preti mettiamo anche a pieno diritto (pur se il Vaticano ancora non lo permette) Marina Masoni, paladina del liberismo, strenuo difensore dell'economia e dell'iniziativa privata, dei principi del mercato, della libera concorrenza e dell'efficienza dell'impresa, che predica un giorno sì e l'altro pure la riduzione dei compiti dello Stato e che oggi, guarda un po', fa le capriole per sovvenzionare la scuola privata cattolica e quella ciellina. Complimenti per la coerenza e per la capacità di ridurre al misero stato di cliente elettorale un'istituzione come la Chiesa, che credevo più distinta e orgogliosa.
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