I recenti articoli dedicati alla scuola pubblicati su ‘la-Regione Ticino’ – quello del professor Fabio Merlini che risale al 23 dicembre scorso e quello di Ugo Balzaretti uscito due settimane dopo – hanno il grande merito di offrire spunti di riflessione capaci di interloquire con una serie di preoccupazioni che – per quanto io possa osservare attorno a me – sono significativamente diffuse tra chi nella scuola lavora.
I due interventi riescono a mettere a fuoco, e vagliare con lucidità, alcuni degli assi più problematici attorno ai quali in questi anni le scelte di politica scolastica si sono sviluppate.
Merlini nel suo ricco contributo pone l’accento sulla crescente tentazione di valorizzare il carattere utilitaristico dei sistemi formativi, concepiti sempre più come strumenti funzionali a dare risposte di corto termine alle esigenze che pone loro il contesto economico e sociale. La tradizione educativa di stampo umanista – quella che, per capirci, intendeva formare, attraverso l’accesso disinteressato alla cultura, persone in grado di sottoporre a critica e per questa via migliorare la società – sembra aver lasciato il passo ad un modello di educazione di altra natura, che si propone, con spirito decisamente meno ‘gratuito’, di offrire ciò che è considerato necessario nell’ambito di attività economicamente o socialmente legittimate, affinché ognuno sia nelle condizioni di adeguarsi alle esigenze della società senza porsi troppe domande sul loro valore. È sufficiente dare una scorsa a uno qualsiasi dei numerosi documenti dedicati alla formazione elaborato in ambiti quali l’Ocse, l’Ue o la nostra Cdpe – istituzioni che con le loro direttive orientano le politiche scolastiche a livello globale, europeo e federale, giù giù fino al nostro piccolo cantone – per cogliere quanto pervasiva sia oggi questa dinamica.Una nuova scuola delle competenze…
Le ricadute concrete di tale tendenza sulle condizioni in cui i docenti si trovano a operare sono innumerevoli. Ne cito alla rinfusa qualcuna, che mi paiono collimare con alcune delle considerazioni fatte da Balzaretti, scusandomi per la sommarietà dell’elenco:
La riflessione su cosa e su come insegnare è con sempre maggiore insistenza centrata attorno all’obiettivo di coltivare negli allievi le cosiddette “competenze”, cioè la capacità di utilizzare le risorse a propria disposizione per fini ritenuti utili, relegando i contenuti specifici dei saperi disciplinari al ruolo di accessori funzionali al raggiungimento di questo obiettivo prioritario.
Nella formazione degli insegnanti tende di conseguenza ad essere molto valorizzata l’acquisizione di astratte e uniformi procedure d’insegnamento finalizzate a mettere gli allievi nelle condizioni di utilizzare le proprie competenze (una competenza non la si insegna, non la si trasmette, la si esercita in situazione), mentre è decisamente meno coltivata la riflessione sulla natura e la ricerca di senso dei diversi saperi disciplinari, sui rapporti che intercorrono tra di essi, sul legame tra una specifica epistemologia disciplinare e l’insegnamento di quella stessa materia eccetera.
Ne deriva che l’insegnante è sempre meno ‘uomo di cultura’ dotato della strumentazione necessaria per trasmettere passione e interesse attorno ad un determinato ramo della conoscenza (viatico per leggere criticamente il mondo); è invece sempre di più un ‘operatore didattico’, un educatore che si limita a proporre ai propri allievi le modalità di socializzazione e le competenze utili a inserirsi efficacemente nel mondo degli adulti.
Le cosiddette “scienze dell’educazione” tendono in questa situazione ad assumere il ruolo di meta-disciplina che informa tutti i ragionamenti sulla scuola e l’insegnamento, fatto a cui Balzaretti accenna nel suo articolo e che ha portato più di un commentatore a parlare – talvolta esagerando – di una “scuola in mano ai pedagogisti”.
Non so quanti si riconoscano in questo quadro forse un po’ impietoso, probabilmente apparirà familiare soprattutto a chi più di recente ha frequentato le aule dell’ex Magistrale di Locarno, ora Dfa-Supsi. È lì infatti che in Ticino certe tendenze sono maggiormente rintracciabili. Basti dire che Gianni Ghisla – un pedagogista che immagino guardi a tali questioni con un’ottica e un metro di giudizio diversi da quelli da me usati – ha di recente scritto sulle pagine di questo giornale di quanto negli ultimi anni le scienze dell’educazione che dominano in quell’istituto «abbiano avvalorato un discorso orientato quasi esclusivamente ai criteri dell’efficacia, dell’efficienza e del controllo, dimenticando i contenuti culturali della scuola».
La prospettiva di una scuola “utilitaristica” – sempre meno capace di interrogare l'ambiente circostante perché, per riprendere Merlini, troppo impegnata ad «assicurare risposte efficienti alle pressioni del contesto» – mi sembra già di per sé poco attraente, l’opposto di quella scuola che Pietro Calamandrei paragonava «agli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue, quel sangue che porta a tutti gli altri organi, giornalmente, battito per battito, la rinnovazione e la vita». Il fatto poi che questa prospettiva sembrerebbe coincidere con l’indebolimento dello spessore culturale dell’attività educativa che si svolge nelle aule la rende ancor più preoccupante, decisamente poco invitante per chi vorrebbe esercitare il mestiere di insegnante sperando di poter ottenere in cambio qualche soddisfazione.… o una vecchia scuola d’élite?
Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che spesso coloro che con più nettezza denunciano i mali descritti lo fanno in difesa di un modello di scuola elitario, che guarda con nostalgia più o meno esplicita a quanto accadeva prima del Sessantotto, indicato come il momento in cui i danni cominciarono ad essere progettati. Il successo dei libri di Paola Mastrocola e gli interventi su temi scolastici di intellettuali non particolarmente progressisti, come Giorgio Israel, dialogano dall’Italia con periodiche dichiarazioni di una certa destra nostrana e con ben pensati contributi ospitati da fogli come il ‘Corriere del Ticino’: le difficoltà in cui si muove attualmente la scuola – si afferma in coro – sarebbero sintomatiche del fallimento dei progetti demagogicamente egualitari attorno a cui si sarebbero sviluppati in questi decenni i sistemi scolastici. “Che si torni ad una scuola capace di autonomia, di autorità, di selezione e di… cultura!” si sostiene.
Vi è chi, coerentemente con queste posizioni, arriva a mettere in discussione lo stesso carattere integrativo su cui si fonda il nostro modello di scuola dell’obbligo (lo fa Giuseppe Laperchia sul ‘CdT’ del 15 dicembre scorso). In sottofondo, pare di sentire lo Sparanise uscito dalla penna di Domenico Starnone in “Ex cattedra”, il docente reazionario che ricordava a tutti che “c’è chi è nato per zappare e chi è nato per studiare”.
Da una parte dunque l’incudine del nuovo che avanza, della scuola delle competenze e della sua perdita di autonomia; dall’altra il martello delle nostalgie dei ‘bei tempi che furono’, quando l’idea di democratizzare gli studi faceva storcere il naso a molti e la scuola si permetteva il diritto classista di dispensare cultura solo a chi era in condizione di riceverla (cioè i figli dei più fortunati socialmente): il rischio per coloro che nella scuola vivono è decisamente quello di rimanere schiacciati. Speriamo che essi non rimangano soli, che in molti colgano gli aspetti deleteri delle due prospettive apparentemente contrapposte e contribuiscano a delinearne una terza, capace di rafforzare nel contempo carattere democratico e carattere culturale della scuola.
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