ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO

Consultazione sull’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche:
presa di posizione dell’Associazione per la scuola pubblica del Cantone e dei Comuni
31 agosto 2007


Nel 2002 l’ ”Associazione per la scuola pubblica del Cantone e dei Comuni” ha pubblicato un documento (elaborato nel 2001) intitolato “L’approccio al fenomeno religioso nella scuola pubblica”. In esso si postulava una sostanziale riforma dell’offerta scolastica in tema di “religione”, resasi ormai necessaria dalla constatazione che sempre meno allievi frequentano i corsi oggi offerti, in termini in ogni caso facoltativi e affidati alle cure delle due Chiese di diritto pubblico. Inoltre, anche a causa della crescente multiculturalità, un numero sempre maggiore di persone sente tale insegnamento come estraneo all’impostazione generale della scuola laica e critica. Da qui la necessità di ovviare al fatto che troppi ragazzi “passano attraverso la nostra scuola pubblica senza poter fruire di un discorso strutturato che li istruisca convenientemente sul fenomeno religioso”, e in particolare che ne escano “incapaci di comprendere parte delle fondamenta della nostra civiltà”: lacune non più accettabili in una società complessa e diversificata come è la nostra, e che vanno sanate con un intervento diretto, innovativo e costruttivo dello Stato.

Le successive riflessioni condotte all’interno dell’Associazione, sia a livello assembleare sia a livello di Comitato, hanno poi fatto maturare la convinzione di dover dar corpo concreto, sul piano politico, a questo auspicio: è in questo contesto che è maturata l’iniziativa parlamentare presentata in forma elaborata da Laura Sadis e cofirmatari in data 2 dicembre 2002, che chiede la modifica dell’articolo 23 della vigente Legge sulla scuola che tratta appunto dell’insegnamento religioso. In quel testo la nostra Associazione si riconosce pienamente, sia per ciò che concerne le premesse (che non stiamo qui a citare), sia per la puntuale proposta d’articolo legislativo.

Certo si è ben consapevoli che esso risponde a una sfida innovativa difficile da concretizzare in tempi brevi, che tocca sensibilità radicate, che implica un mutamento di mentalità da parte di tutti i soggetti interessati e coinvolti in un modo o nell’altro nella questione, ma si è parimenti convinti che si tratta di una sfida che in ogni caso occorre affrontare con serenità e determinazione nell’interesse generale e, soprattutto, della crescita culturale e civile delle nuove generazioni.

In quest’ottica, l’Associazione ha preso atto in termini senz’altro positivi della decisione del Consiglio di Stato di avvalersi, in questa fase iniziale delle sue riflessioni sull’argomento, del parere di una speciale Commissione che ha elaborato un suo articolato documento sul quale siamo ora chiamati ad esprimerci. Questo tanto più che ovviamente il compito che spettava a questo gremio non era certo facile. L’esito dei suoi lavori non può quindi che essere giudicato, nell’insieme, favorevolmente, sebbene non si sia riusciti a conciliare le diverse posizioni emerse in un unico testo, impresa per altro difficilmente immaginabile: a nostro giudizio il rapporto della Commissione resta, sia quel che sia, un punto di riferimento senz’altro importante per qualsiasi discussione futura sul tema. Affrontando nel merito le tre proposte uscite dai lavori commissionali, ci vediamo costretti a non entrare in materia sulle due conclusioni di minoranza: quella firmata dai rappresentanti della Chiesa cattolica e quella firmata dai rappresentanti dell’ ”Associazione dei liberi pensatori”. Entrambe ci sembrano infatti inaccettabili per la loro radicale lontananza dall’ ”Iniziativa Sadis”. La prima, oltre a sostanziare il mantenimento dello status quo per il settore primario, offre semmai l’alternativa (che è solo un palliativo) di un “doppio binario” per le scuole medie e medie superiori è inaccettabile perché discriminante, incapace di sciogliere il nodo di un’ambiguità fra confessionalità e laicità dell’insegnamento; l’altra postula addirittura la cancellazione pura e semplice dell’articolo 23, facendo finta che il problema della trasmissione di una cultura religiosa non esista del tutto, o che perlomeno non meriti una trattazione specifica.

Per contro, il nostro giudizio generale sul rapporto della maggioranza della Commissione è, pur criticamente, positivo: esso è quello che più si avvicina alle nostre attese e ai nostri auspici, sebbene non possano mancare talune perplessità. Limitiamo dunque le nostre osservazioni su questo documento.

La scelta di partenza di voler diversificare le modalità d’approccio al fenomeno secondo i diversi livelli scolastici appare senz’altro corretta e si giustifica per ovvie ragioni. Non si comprende tuttavia l’idea di far scomparire del tutto (almeno provvisoriamente) tale specifico insegnamento nel primo biennio del settore medio e, sostanzialmente, di “occultarlo” nuovamente nell’ambito delle medie superiori che invece abbisognano ancor più, a nostro giudizio, di un’offerta precisa di riflessione sul tema religioso. Ora, il testo dell’ ”Iniziativa Sadis” è chiaro al riguardo: esso chiede che l’ora di cultura religiosa sostituisca in termini laici quella confessionale odierna con un’obbligatorietà di frequenza comunque estesa a tutti gli allievi soggetti allo studio a tempo pieno, senza distinzione di livello di scolarità. E’ proprio questa continuità di percorso che a nostro giudizio, coerentemente, dovrebbe essere tenuta presente. Tanto più che non paiono convincenti le ragioni della maggioranza della Commissione addotte per limitare di fatto la portata innovativa della proposta parlamentare, specialmente per ciò che concerne il settore delle medie superiori. Ma la questione tocca anche gli allievi delle medie – che si trovano in un periodo della crescita quanto mai delicato e importante – in quanto molti di essi non proseguono gli studi frequentando le aule liceali.

Un altro punto che si offre a qualche discussione è ovviamente la scelta di affidare, nel settore primario, l’insegnamento della religione ai docenti titolari delle classi. E’, questa, un’ipotesi di lavoro fatta propria dalla maggioranza della Commissione alla quale non ci opponiamo, tanto più che tale tesi è stata avanzata la prima volta proprio nel nostro citato documento pubblicato nel 2002. In ogni caso si ritiene che ci sarà tempo e modo per approfondire questo aspetto particolare, seppur importante, cercando tutte le opportune soluzioni anche eventualmente transitorie. Certo, non vi possono essere dubbi al riguardo, ciò comporterà per i “generalisti” l’impegno aggiuntivo di un’ulteriore specifica formazione.

E proprio quest’ultimo aspetto, quello cioè della formazione degli insegnanti di religione, ci pare un tema centrale della riforma che si auspica. Dato per scontato che essi in ogni caso dovranno essere degli “specialisti”, si desidera che venga prestata la massima attenzione in merito, come d’altronde già viene evidenziato nel rapporto maggioritario della Commissione là dove si sottolinea che “la delicata questione della formazione dei docenti, della verifica delle competenze, delle condizioni per esercitare un tale insegnamento è ritenuta essenziale e perciò da valutare con la massima cautela”. E’ soprattutto qui, insomma, che si giocherà il successo o meno dell’impresa. Da questo punto di vista, si confida che il regolamento d’applicazione legato al nuovo articolo 23 terrà conto di questa esigenza, da un lato coinvolgendo l’ASP (scuole primarie), ma specialmente stabilendo quali curricoli universitari potranno essere ritenuti consoni all’insegnamento laico della cultura religiosa (scuole medie e medie superiori).

Ci si rende ben conto che non tutto potrà venir assicurato dalla sera alla mattina: la riforma che si desidera è più complessa di quel che a prima vista appare nelle sue vie d’applicazione concrete. E’ quindi anche pensabile un’introduzione progressiva nel tempo dell’ora di religione non confessionale nelle scuole dell’obbligo e post-obbligo a tempo pieno, fermo restando ovviamente l’obiettivo dell’applicazione completa dell’iniziativa entro termini ragionevoli. Nella fase pratica di applicazione ci si rimette al DECS, che a sua volta potrà avvalersi della Commissione mista consultiva opportunamente preconizzata dal rapporto della maggioranza commissionale che qui ci interessa.

Al di là di questo, va detto ancora che l’Associazione in ogni caso non si oppone alla proposta della maggioranza della Commissione che prevede il mantenimento dell’insegnamento confessionale fuori dall’orario scolastico e a carico delle Chiese, limitandosi lo Stato a mettere a disposizione le strutture.

Come detto, la riforma prospettata ha una valenza politico-culturale rilevante, anche dal profilo storico, per il Ticino. Sarebbe grave se non si arrivasse a metterla in atto e, peggio, sarebbe assai triste se attorno ad essa si rinnovassero sterili “battaglie” dal sapore antico, portatrici di lacerazioni che a dire il vero non hanno più senso e che la maggioranza dei cittadini in ogni modo non capirebbe e non coglierebbe. La speranza della nostra Associazione è che nulla di questo genere avvenga, come per altro è positivamente accaduto in altri Cantoni che hanno affrontato il tema (più recentemente Zurigo) con lungimiranza e pacatezza. In quest’ottica, offriamo già da adesso la nostra piena collaborazione, sperando che anche tutti gli altri “attori” coinvolti vogliano fare altrettanto sul serio.

 

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