ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO
Un ticket per dar maggior libertà: ma a chi?
Dario Zürcher
Il prossimo 18 febbraio saremo chiamati ad esprimerci sul
tema del finanziamento alle famiglie che
intendono educare i loro figli nelle scuole private.
L’idea proposta dal Gran Consiglio viene giustificata con la volontà
di garantire maggiore libertà di scelta.
“Libertà”, sta scritto. Ma sarà poi vero?
Mi sorgono spontanee alcune domande. Vi siete mai chiesti,
per esempio, come mai una parte significativa dei cittadini che votano
socialista hanno ereditato questa scelta dai genitori? O perché
quasi tutti gli elettori PPD hanno madri e/o padri PPD e i figli dei liberali
molto spesso votano PLR? Perché, sempre per fare un esempio, praticamente
tutta la prole di una famiglia cattolica rimane cattolica, i figli di genitori
musulmani abbracciano questa religione e i genitori ebrei avranno la fortuna
di educare dei figli di fede ebraica? O ancora: perché un tifoso
dell’Ambri-Piotta molto spesso non fa che protrarre nel tempo una passione
paterna?
Vi posso assicurare una cosa: non sta scritto nel codice
genetico.
Tutti sappiamo invece qual è la semplice e logica
risposta: i genitori in primis influenzano in modo
sostanziale le scelte e le idee dei propri figli. La
famiglia, in altre parole, è l’ambiente principale dove
ognuno di noi comincia a sviluppare le prime convinzioni
riguardo all’ambiente terreno e spirituale.
Questo bagaglio di idee rimarrà almeno in parte
legato all’individuo per tutta la vita.
In altre parole, se è vero che le idee e il ragionamento
dispongono di una innegabile potenza intrinseca che ne sancisce spesso
il successo o la sconfitta, è altrettanto vero che il punto di partenza,
il substrato educativo iniziale o la fede trasmessa hanno comunque un ruolo
preponderante.
Tutto ciò ha naturalmente sempre fatto parte di
qualunque società, da quando gli esseri viventi hanno trovato il
modo di trasmettere il loro sapere ai discendenti.
Riguardo alla votazione del 18 febbraio penso quindi
che su un punto siamo tutti d’accordo: dare la
possibilità a tutti i genitori di mandare la loro
prole alla scuola che più li aggrada (a spese del contribuente)
garantisce senz’altro la loro libertà ad educarli secondo le proprie
convinzioni. In pratica così facendo si prolunga l’influenza della
famiglia anche nel rimanente ambito educativo, che a questo punto diventa
un monopolio.
È cosa auspicabile dare il completo potere alla
famiglia? Quando si parla di scuola non bisognerebbe
piuttosto parlare di “libertà” dell’allievo? `
E questo l’ideale di “libertà” che vogliamo garantire alla
nostra società? Quanto sono veramente “liberi”
gli individui che ci vivono? Formando così i nostri
futuri cittadini si otterrà una società
stabile e garante del reciproco rispetto? È forse questo un mezzo
per raggiungere l’ideale della tolleranza e della comprensione
fra le differenti correnti di pensiero?
È chiaro che il sapere “neutrale” non esiste,
è però certo che più un individuo conosce il mondo
che
lo circonda (sotto tutti gli aspetti) più le sue
scelte potranno venir considerate libere e ponderate. La
conoscenza è quindi una premessa indispensabile
per giungere alla libertà individuale.
Vorrei a questo punto ricordare che l’ambito scolastico
coincide con l’unico periodo della nostra
vita dove siamo veramente confrontati con la completa
rappresentanza della nostra società: individui
provenienti da differenti ceti sociali, etnie, fedi religiose,
culture, realtà urbane o contadine si incontrano per arricchire
la propria conoscenza e quella del prossimo. Grazie a questa completa
mescolanza, i futuri cittadini che frequentano gli atenei
pubblici fanno nuove esperienze che ne allargano la visione e permettono
loro di venire a contatto con altre realtà al di fuori dell’ambiente
famigliare. Soprattutto dal punto di vista del contenuto
del programma, si da inoltre all’allievo
un’educazione il più possibile rappresentativa
delle differenti anime della società. Se un docente sarà
magari “di parte”, la pluralità di insegnanti
sarà garante di equità. Senza questa esperienza, oltretutto
fatta in un momento cruciale della formazione individuale,
il cittadino rimarrà invece, se vogliamo,
“dipendente” da quell’unica campana che i loro genitori
gli hanno permesso di ascoltare.
Si chiama “libertà” questa?
Vi lascio con questo dubbio...