M. Bertoli 16-02-16
F. Dadò 15-02-16
P. Ascierto 12-02-16
C. Mésoniat 11-02-16
GM. Pusterla 11-02-16
STORIA DELLE RELIGIONI, LA LIBERTÀ NON È UN’OPZIONE
Manuele Bertoli
laRegione, 16 febbraio 2016Ha senza dubbio ragione Fiorenzo Dadò quando scrive su questo giornale che l’introduzione di un corso di storia delle religioni alla scuola media potrebbe essere utile per sconfiggere l’ignoranza su alcuni dei fondamenti della nostra e delle altre civiltà. Ma proprio per questa ragione allora esso dovrebbe essere seguito da tutti gli allievi e non essere alternativo all’insegnamento confessionale, che ha un’altra funzione e altri obiettivi. Non si tratta qui di negare la libertà delle famiglie, ma di non ridurre quel che Dadò ritiene importante a una semplice opzione, perché così facendo si arriva a negarne espressamente proprio l’importanza. Perché mai imporre una scelta in nome della libertà quando è possibile, per chi lo vorrà, cumulare i due insegnamenti? Non ci sarebbe più libertà evitando agli allievi cattolici o evangelici interessati al corso confessionale di dover forzatamente rinunciare alla storia delle religioni?
Per questo il governo è favorevole al cosiddetto doppio binario, uno spazio obbligatorio per storia delle religioni per tutti e uno spazio facoltativo (come ora) per l’insegnamento confessionale. Tutto questo senza aumentare il tempo dedicato a questa disciplina (oggi un’ora settimanale). Su questa scelta anche la Chiesa cattolica si era detta d’accordo prima che la ricerca del consenso subisse una battuta d’arresto sul tema della qualifica dei docenti chiamati a insegnare storia delle religioni. È a partire da qui che si dovrebbe riprendere il discorso, non tornando indietro a discutere sui modelli.
RELIGIONI, SCUOLA E SOCIETÀ
Fiorenzo Dadò
laRegione, 15 febbraio 2016In questi giorni si è dibattuto sul tema dell’insegnamento della storia delle religioni nella scuola dopo che il collega Matteo Quadranti ha ritirato l’iniziativa che Laura Sadis aveva inoltrato nel lontano 2002. Quadranti si aspettava un altro approccio da parte della Commissione scolastica e ha pertanto legittimamente richiamato il testo, prima che approdasse sui banchi del Gran Consiglio. Non è la prima volta che ciò avviene, né da parte di un deputato, né del governo e pertanto questo non deve diventare motivo di polemica, anche se sul tema ci sono già stati molti approfondimenti.
Chi ha a cuore la formazione dei nostri giovani, che sono confrontati con cambiamenti epocali e sfide fino a poco tempo fa impensabili, intravede in tutto ciò un’occasione positiva per affrontare seriamente attraverso la scuola una delle maggiori urgenze planetarie, che tocca in maniera spesso drammatica tutti i popoli e le civiltà, in particolare quella occidentale, che sembra però essere impreparata.
Sono sotto gli occhi di tutti le carovane umane che si spostano dal continente asiatico o africano in cerca di una vita migliore, in fuga da miserie, guerre e atrocità per noi quasi inimmaginabili. Milioni di persone in buona parte disperate, di razze e culture diverse, che si riversano in Europa e stanno raggiungendo i nostri Paesi, con delle conseguenze imponderabili, ma certamente importanti sia sulle nostre vite, sia su quelle delle future generazioni.
Siamo di fronte ad un fenomeno mai visto prima d’ora. Si tratta, in buona sostanza, di una moltitudine di persone – il numero più alto dopo la Seconda guerra mondiale – delle quali non conosciamo pressoché nulla, con una storia, una cultura, dei costumi e religioni completamente diversi dai nostri, che si stanno insediando accanto a noi, i cui figli giocoforza interagiscono con i nostri. Ora, e qui la domanda è molto semplice quanto sostanziale: come possiamo convivere con loro? Cosa sappiamo realmente di queste persone? Cosa conosciamo della loro cultura, della loro religione nelle sue diverse forme? Perché fuggono? Come mai le atrocità presenti nei loro Stati stanno raggiungendo anche le nostre latitudini? Potranno o no integrarsi in modo incruento nella nostra realtà o ci sarà uno scontro?
Domande importanti, potremmo dire fondamentali, per l’avvenire della nostra civiltà e dei nostri valori di paci?ca convivenza e democrazia conquistati nei secoli, che potranno essere conservati unicamente fornendo a noi stessi e soprattutto ai nostri giovani gli strumenti necessari alla comprensione e alla conoscenza. La conoscenza, in questo contesto, ha una rilevanza culturale e identitaria non di poco conto che non può essere relegata alla nostra sfera privata, come ha del resto già rilevato sulla stampa lo scorso 6 novembre anche il collega deputato Plr Giorgio Pellanda. Qui non si tratta di imporre nulla a nessuno e tantomeno di minare l’oramai scontata laicità dello Stato e della scuola. Qui si tratta innanzitutto di sconfiggere al più presto l’ignoranza fornendo ai nostri giovani la possibilità di conoscere in modo serio e completo le fondamenta della nostra civiltà come quelle delle altre. La proposta del sistema misto, scaturita nella Commissione scolastica, non è qualcosa di improvvisato ma tiene conto delle varie sensibilità personali, lasciando la libertà a famiglie e alunni di scegliere il curriculum che meglio li aggrada.
Il motivo per il quale ha sorpreso il dietrofront dopo anni di discussioni e valutazioni, a seguito del quale deputati di diversi partiti stanno ora elaborando un’iniziativa, sta essenzialmente nell’importanza che questo tema riveste per il presente ma ancor più per il futuro di tutti noi e per la relativa impellente necessità di dare risposte serie e moderne ai nostri giovani, indipendentemente dalle nostre convinzioni e visioni personali. Inutile sottacerlo e incauto minimizzarlo; il fenomeno al quale stiamo assistendo sta alimentando una preoccupante insicurezza che fa paura alla maggioranza dei cittadini, al punto che si stanno pericolosamente risvegliando sentimenti oscuri, i cui drammatici risultati si son visti settant’anni fa. Il nostro dovere di deputati non è quello di chiudere gli occhi o di rimandare non affrontando il tema. Il tempo è più che maturo quanto urgente per affrontarlo in modo serio, moderno, aperto e adeguato alle varie esigenze.
LA SCUOLA È SACRA, NON SANTA
Paolo Ascierto
laRegione, 12 febbraio 2016Si gioca col fuoco. Col fuoco sacro. Perché dopo l’introduzione dei discutibili obblighi di insegnare l’inno svizzero agli allievi e di svolgere le settimane bianche in Ticino, ora la Commissione scolastica del Gran Consiglio, o parte di essa, potrebbe addirittura mettere in croce la laicità della Scuola. È cronaca di questi giorni: con la scusa di salvare quel poco che rimane della materia ‘Storia delle religioni’, un gruppo di granconsiglieri vuole spianare la strada a un compromesso che farebbe rientrare dalla finestra l’obbligo, o il semi-obbligo, di frequentare l’ora di religione ‘tradizionale’. Una lezione che oggi in quarta Media è seguita da meno di un allievo su tre. Un compromesso che nasce tra le fila del Ppd e che potrebbe trovare il sostegno di altri partiti. Di quali? Non sorprenderebbe quello della Lega. Sorprenderebbe, ma neanche troppo, quello del Plr. Si vedrà. Resta il fatto che l’iniziativa lanciata quasi quattordici anni or sono dall’allora granconsigliera Laura Sadis, con la quale si proponeva l’istituzione di un corso di “cultura religiosa”, non smette di far discutere. E ciò nonostante che qualche giorno fa sia stata formalmente ritirata dal deputato Matteo Quadranti, che l’aveva a suo tempo ereditata dalla stessa Sadis.
Tale iniziativa, lo ricordiamo, mirava alla creazione di un corso ‘laico’ grazie al quale tutti gli alunni, indipendentemente dal credo, dal ceto sociale e dalla provenienza, avrebbero potuto affrontare e studiare il fenomeno religioso in quanto tale dal punto di vista storico e culturale. Senza ovviamente dimenticare il ruolo che ha avuto il cristianesimo in Europa per oltre duemila anni. Al contempo, il corso avrebbe dovuto fornire quelle nozioni di base necessarie per confrontarsi con altri credo quali l’islam, l’ebraismo, l’induismo e via dicendo. Un obiettivo nobile, specie di questi tempi. Per perseguirlo è tuttavia necessario che tale corso venga seguito da tutti gli allievi.
Dev’essere inclusivo, non esclusivo. Una tesi sostenuta dagli esperti della Supsi che hanno giudicato – e promosso – la sperimentazione triennale di ‘Storia delle religioni’. Peccato però che sul tema il Decs e la Curia non abbiano mai trovato un accordo. Il dossier sembrava destinato alla polvere degli archivi. Specie dopo che Quadranti ha ritirato l’iniziativa perché nel frattempo la Commissione scolastica “stava optando per un sistema misto che non era quanto proposto dall’atto parlamentare”. Punto finale. Anzi no. Tra le fila del Ppd c’è chi vorrebbe riproporre tale sistema misto, magari con un’apposita iniziativa. Gli allievi sarebbero allora chiamati a scegliere tra l’ora di religione ‘classica’ o Storia delle religioni. Un aut aut che presenta perlomeno due problemi. Il primo: non tutti gli allievi sarebbero formati in maniera paritaria. Il secondo: con questo ibrido si renderebbe di fatto ‘semi-obbligatorio’ l’insegnamento religioso in una scuola laica. Di fronte a questo scenario, meglio prendersi una pausa di riflessione. Perché il ritiro dell’iniziativa da parte di Quadranti non è un’occasione persa. È semmai l’occasione per riprendere il ?lo di un discorso che si era perso. Ricordandosi magari che la scuola è sì sacra, ma non è santa.
CHIESA E RELIGIONE NELLA SCUOLA
Claudio Mésoniat
Girnale del Popolo, 11 febbraio 2016Dopo 13 anni di melina e sperimentazioni, nell’ultimo anno in Parlamento una soluzione condivisa sull’insegnamento della religione nella scuola sembrava a portata di mano, e invece.... .
Peccato. Dopo 13 anni di melina, prima, e di arruffate sperimentazioni poi, nell’ultimo anno in Parlamento (e certamente anche in Governo) una soluzione condivisa sull’insegnamento della religione nella scuola sembrava a portata di mano. C’era una maggioranza, nella Commissione scolastica, che a giorni avrebbe licenziato un rapporto favorevole alla cosiddetta “soluzione mista”.
La materia “religione” sarebbe tornata ad avere, nella scuola, una sua dignità, inserita nel curricolo delle discipline obbligatorie, ma nel pieno rispetto della libertà degli allievi e delle famiglie, che avrebbero potuto scegliere tra due opzioni: storia delle religioni secondo un’impostazione laica, da una parte, e dall’altra cultura cristiana secondo l’impostazione delle due Chiese, cattolica ed evangelica, riconosciute di interesse pubblico nella nostra Costituzione. Ma all’ultimo momento, l’iniziativa che chiedeva l’introduzione della storia delle religioni nelle scuole è stata ritirata dal suo titolare, che con una mossa tattica ha così tolto la terra sotto i piedi ai colleghi che si erano dati da fare per costruire il consenso.
Lasciamo a chi legge di valutare le ragioni della scelta, peraltro legittima, del deputato Quadranti, autore dell’atto parlamentare (“si stava andando verso qualcosa di diverso da quanto auspicato”) e cerchiamo invece di mettere a fuoco la natura del problema dal punto di vista della Chiesa.
Non si tratta, a mio parere, di rivendicare nessun privilegio, nessun posto al sole. E neppure, a ben guardare, di chiedere alla politica di difendere un “diritto” di presenza della Chiesa nella scuola. Si tratta, da parte dei cristiani, di offrire un servizio, un contributo, in un momento di grave crisi della società. Crollano le maggiori evidenze, come quella del senso e del valore della persona, del senso e del valore della famiglia, e tutti noi intuiamo, e ripetiamo come un ritornello, che “non possiamo lasciar crescere i nostri giovani nell’ignoranza dei fondamenti religiosi e culturali della nostra convivenza, della nostra civiltà”.
Soprattutto quando ci stiamo abituando all’impatto epocale con altre culture e al prevedibile “meticciato” che le migrazioni, inarrestabili, ci costringeranno ad affrontare. Ma come? Nella paura di chi ha smarrito il senso di sé, o a testa alta, con l’apertura di mente e di cuore di chi è cosciente delle proprie radici? Che però vanno riscoperte, ormai, più che “difese”.
Bisogna ripartire dalle grandi domande sulla vita e dai grandi desideri del cuore, cui Cristo pretende di essere risposta. Per questo l’atteggiamento della Chiesa, come anticipa papa Francesco, non potrà più fare affidamento sui “valori acquisiti” e sulle leggi che li “proteggono”. La Chiesa, ripetiamo, in questo momento difficile ma affascinante offre il suo contributo. Alla società, alla scuola, quest’offerta interessa? Se è così, la politica lo dica.
MA NON PUÒ FINIRE TUTTO NEL CESTINO
Claudio Mésoniat
Girnale del Popolo, 11 febbraio 2016In Commissione si era formata una maggioranza sul «sistema misto», ma l’iniziativista ha ritirato il testo. Ora il capo gruppo del PPD Dadò vuole però rilanciare il tema: «I giovani hanno bisogno di strumenti per capire il futuro». Presto un atto parlamentare.
«È una posizione incomprensibile». Esordisce così il capogruppo del PPD in Gran Consiglio Fiorenzo Dadò dopo aver appreso che il suo collega deputato Matteo Quadranti (PLR) ha deciso di ritirare il testo dell’iniziativa che chiedeva l’introduzione di un corso di storia delle religioni. «Anche perché - prosegue Dadò - su questa importante iniziativa, il Parlamento, il Governo, il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, ma pure speciali commissioni in cui erano riuniti anche esponenti della chiesa cattolica ed evangelica riformata, ci stavano lavorando da 14 anni. Adesso con questo «semplice» atto l’iniziativista getta a mare tutto quanto».L’iter dell’iniziativa
Vale allora la pena ricordare l’iter dell’iniziativa, che ebbe nel dicembre del 2002 una «madrina» d’eccezione nell’allora capogruppo PLR in Gran Consiglio Laura Sadis (poi eletta nel 2007 in Consiglio di Stato). L’iniziativa elaborata voleva introdurre nella legge sulla scuola una norma che instaurasse in tutte le scuole obbligatorie e postobbligatorie a tempo pieno un corso di cultura religiosa.
Le finalità del nuovo corso erano quelle «di sviluppare progressivamente la conoscenza degli elementi del cristianesimo e della sua storia che risultano indispensabili per la comprensione della cultura e della tradizione europee, nonché di avvicinare i giovani, mediante riferimenti a religioni storiche diverse da quella cristiana, alla comprensione dell’universalità del fenomeno religioso». Dopo che la proposta è rimasta lettera morta per alcuni anni, nel corso degli anni scolastici 2010/2011, 2011/2012 e 2012/2013 si è tenuta in 6 sedi di scuola media su 35, per decisione del Consiglio di Stato e con l’accordo delle chiese riconosciute, una sperimentazione nel corso del secondo biennio di studio sulla base di due modelli diversi: il “modello unico”, sperimentato in 3 sedi e caratterizzato dal corso di storia delle religioni in sostituzione dell’istruzione religiosa cattolica ed evangelica, e il “modello misto”, sperimentato anch’esso in 3 sedi e caratterizzato dall’obbligo di seguire il corso di storia delle religioni o, a scelta, l’istruzione religiosa.
Ha fatto poi seguito una valutazione della sperimentazione, affidata alla SUPSI. Valutazione che aveva lasciato più di un dubbio anche per l’impostazione del test a cui erano stati sottoposti gli allievi al termine della sperimentazione nelle 6 sedi di scuola media. La proposta del DECS al termine di questo esercizio consisteva nell’introduzione di un corso obbligatorio inserito nel piano di formazione di «storia della religione», a cui si sarebbe potuto aggiungere in maniera facoltativa l’insegnamento di religione. Una proposta che ancora una volta poneva in una sorta di ghetto l’insegnamento- chiamiamolo tradizionale per intenderci - della religione. La chiesa cattolica ha fatto sapere la sua contrarietà a questa proposta a cui avrebbe preferito il modello «misto» che lasciava la facoltà di scelta all’allievo e alla famiglia - tra due materie con equivalente dignità all’interno dell’orario scolastico - tra corso di storia delle religioni e insegnamento religioso.
Il lavoro dei deputati svolto negli ultimi mesi stava portando ad una maggioranza che andava verso l’accoglimento del modello misto. Un modello che chiaramente non piaceva all’iniziativista Quadranti che ha così deciso di ritirare la sua iniziativa.Finisce tutto qui?
Quindi ora cade tutto? Non proprio. Sentiamo Fiorenzo Dadò: «È mia intenzione quanto prima fare una proposta estesa ai colleghi. Il tema è centrale al giorno d’oggi e si rivolge direttamente ai nostri giovani. Di fronte a quanto avviene nel mondo è fondamentale che nel corso della loro formazione scolastica i giovani abbiano l’opportunità di venire a conoscenza di tutte le sfaccettature della nostra cultura e la religione - le religioni - sono un fattore importante per sviluppare una maggiore conoscenza. Come politici non possiamo chiamarci fuori: è un nostro compito prioritario dare alla gioventù gli strumenti per capire questo nostro mondo, per affrontare le sfide che si presentano davanti a noi e che sono sotto gli occhi di tutti. Si tratta di sfide culturali che determineranno la costruzione della nostra società futura.
Il sistema misto che stava trovando consenso in commissione permetteva di andare in questa direzione, tenendo conto di tutte le sensibilità, indipendentemente dal fatto che uno sia credente o meno. Il mio è un discorso di carattere culturale verso il quale spero si possa trovare una positiva convergenza. Ci muoveremo con questo spirito. Sono sicuro che otterremo risultati positivi».