Fa piacere vedere che anche Adolfo Tomasini, arguto opinionista del «Corriere del Ticino», oltre che direttore delle scuole comunali di Locarno, nel giornale del 7 ottobre sottolinei «l’ovvietà delle proposte» contenute nell’iniziativa «Aiutiamo le scuole comunali» da lui definita «all’acqua di rose». In effetti l’iniziativa riprende una serie di proposte – alcune anche vecchiotte – provenienti da ambienti diversi: gruppi di genitori, docenti e, persino, ispettori scolastici... tutte proposte che per anni sono state ignorate dal DECS o accantonate per i ben noti motivi di risparmio.
Nel frattempo dalla società sono emerse ulteriori richieste: ad esempio un maggior impegno pubblico nella creazione di quei servizi parascolastici (mense, doposcuola, scuola dell’infanzia a orario prolungato) che permettono ai genitori di conciliare famiglia e lavoro; si son lanciati segnali di allarme e inviti pressanti di un maggior impegno educativo nell’ambito della convivenza civile, della lotta alla violenza, della prevenzione, mentre gli esempi provenienti da certi ambiti adulti (?!) e/o politici erano e sono sovente di segno opposto.
Questi bisogni, però, per il Dipartimento non erano impellenti; in questi anni, prioritari sono stati gli investimenti negli studi superiori: nella SUPSI e nell’USI (e non tutte le decisioni prese in merito sono state azzeccate, vedasi ad esempio l’Istituto di studi di italianistica).
Gli altri settori scolastici, le scuole obbligatorie e quelle comunali in particolare, sono stati negletti. Proprio quelle scuole che servono a mettere le basi non solo dell’istruzione ma anche dell’educazione alla convivenza, quelle in cui si insegna a bambini e ragazzini a vivere insieme, a giocare, a imparare e a collaborare indipendentemente dall’origine e dal ceto sociale di provenienza del compagno di scuola sono da anni ignorate. Per anni la scuola ticinese ha potuto contare sulla buona volontà e sull’impegno dei docenti che vi operano.
Il moltiplicarsi dei problemi che si riscontrano nella scuola fa sì che oggi queste attitudini non bastino più. Una popolazione scolastica sempre meno omogenea implica un’attenzione sempre maggiore al singolo allievo; le famiglie, sempre più oberate di impegni, caricano sulla scuola compiti che tradizionalmente non le spettano e necessitano di supporti e appoggi scolastici ed extrascolastici; gli stimoli molteplici provenienti dai nuovi mezzi di comunicazione (che gli allievi sovente usano più dei loro insegnanti) implicano un intervento educativo maggiore; e quando una classe è troppo numerosa diventa impossibile monitorare tutte queste esigenze. È da anni che non si riflette seriamente sulla scuola vista nella sua globalità e sotto le diverse angolazioni (istruzione – educazione), sui rapporti fra i diversi settori scolastici e fra la scuola e la società. Questa riflessione è ormai urgente e le riforme che accompagneranno HarmoS non vanno solo citate, vanno anche preparate. Questa iniziativa deve essere un’occasione per sensibilizzare la società ticinese e per aprire un dibattito non solo fra gli insegnanti e i quadri scolastici. Tomasini dà pure per acquisito che «alla fine il Parlamento (...) approverà gran parte di quelle idee». Se questa visione ottimistica si avvererà, non potrà che far piacere a chi questa iniziativa l’ha elaborata e lanciata, e si tratta in buona parte di donne e uomini che nella scuola operano o hanno operato.