Gran bella cosa le coincidenze.
Mercoledì 24 gennaio, aula magna del Liceo di Locarno, una volta
tanto riscaldata a sufficienza: va in scena l’Apologia di Socrate. Per
un’ora e mezza riviviamo l’appassionata e pungente autodifesa che il grande
filosofo, chiamato in giudizio davanti ai suoi concittadini, oppone a chi
lo ha pretestuosamente accusato, tra l’altro, di corrompere i giovani.
I ragazzi seguono attentissimi; io rimugino tra me e me le riflessioni
di Socrate sui buoni e sui cattivi insegnanti, e un pochino rabbrividisco.
Venerdì 26 gennaio, aula magna del Liceo di Locarno, ancora gradevolmente
tiepida: va in scena un dibattito sul finanziamento pubblico alle scuole
private, che mette di fronte una coppia per il no – sindacal-liberale,
magari un po’ contro natura – e una per il sì – ciellin-leghista,
come natura vuole. Mi ci vogliono due ore di paziente ascolto, ma alla
fine ho diritto al mio piccolo brivido, di piacere stavolta: il leghista
accusa apertamente noi docenti della scuola pubblica (era anche stato un
collega, un tempo, ci conosce) di inculcare ai nostri allievi il no all’iniziativa
con una propaganda sfacciata; più forte di lui queste accuse le
grida il ciellino, docente di scuola pubblica a tempo pieno e a tempo perso
co-fondatore di scuole private. Sono dunque un corruttore di giovani. Fra
le tante cose che non sapevo, e che sapevo di non sapere, questa è
forse una delle più lusinghiere: sono come Socrate. Gran bella cosa
le coincidenze.
Ma adesso si comincia ad esagerare
con le analogie: con tutti i miei colleghi sono finito anch’io in pubblico
giudizio; i miei Meleto (Meleto fu il principale accusatore di Socrate)
si chiamano Duca Widmer e Righinetti, zelanti cittadini che chiedono lumi
al Consiglio di stato sulle mie attività di subdolo manipolatore
di fragili menti e pretendono che i cinque saggi mi diano precise direttive
di comportamento. Hanno ragione, che diamine, hanno le prove delle mie,
delle nostre macchinazioni. Hanno ricevuto segnalazioni «da molte
parti»: hanno, com’è logico, i loro bravi infiltrati, quei
figli, sottratti a malincuore alle gioie dei licei privati per essere spediti
dietro le linee nemiche, che oggi possono testimoniare che molti, troppi
docenti di scuola pubblica si sbilanciano a favore del no. Ma queste testimonianze
addirittura non servono. Si guardi ai fatti: la mela non cade lontana dall’albero.
Se ne sono accorti, venerdì in aula magna, il ciellino e il leghista:
hanno ricevuto applausi molto meno convinti della controparte; sono stati
subissati da un fuoco di fila di domande assai critiche, mentre una sola
voce si è levata dalla platea contro i loro interlocutori. Hanno
tratto le loro conclusioni: se gli allievi di scuola pubblica, notoriamente
superficiali e creduloni, non si sono inchinati alla forza dei loro argomenti
(chiarissimi, semplicissimi e soprattutto definitivi, ha assicurato, certo
per non affettare una modestia che non gli appartiene, il ciellino all’inizio
del suo primo intervento), è perché hanno subito un lavaggio
del cervello da parte dei loro docenti o perché vittime di oscure
minacce. Il fatto, per dirne una, che quegli allievi abbiano sperimentato
sulla loro pelle la politica di risparmio del Cantone in fatto di scuola
pubblica (un esempio concreto? il taglio di molte ore di sostegno per i
più deboli) e che tendano di conseguenza a non credere alle proprie
orecchie quando sentono dire che non sarà difficile trovare i cinque-dieci
milioni da destinare a chi sceglierà la scuola privata, questo fatto
non è che un sintomo della loro comprovata incapacità di
pensare autonomamente, una conseguenza della perniciosa campagna dei loro
insegnanti. Ma non finisce qui. I miei Meleto hanno dalla loro anche i
sacri diritti della Democrazia e i sacri doveri della Deontologia: sono
un docente di scuola pubblica, pagato con i soldi dei contribuenti, anche
di quelli che voteranno sì, ergo non posso e non devo prendere posizione
sull’iniziativa in quanto docente di scuola pubblica nell’area di una scuola
pubblica
Che cosa volete, miei accusatori?
Volete forse attirarmi dalla vostra parte? Non fate che blandirmi con i
molti vantaggi che avrei se insegnassi in una delle vostre scuole (purché
non si parli di stipendio adeguato, beninteso). La vostra interpellanza
afferma senza pudore che, se fossi un docente di scuola privata, un po’
di propaganda la potrei anche fare: potrei difendere la scuola privata
nell’area della scuola privata, perché il mio povero stipendio verrebbe
interamente da chi, si suppone, la pensa come me. Inoltre, se in un liceo
privato giorno dopo giorno riversassi sui miei studenti tutte le mie convinzioni,
che dovrebbero essere ovviamente anche quelle dell’Istituto che mi paga,
non farei un atto di prevaricazione, ma ne compirei uno di alto valore
educativo, perché metterei i giovani che mi ascoltano davanti a
una proposta forte, con la quale si potrebbero confrontare e grazie alla
quale potrebbero definire la loro identità, in quella piena libertà
che è condizione indispensabile per la piena realizzazione di ogni
persona: lo ha spiegato – sempre venerdì, sempre in aula magna –
il vostro compagno di strada ciellino a una ragazza che sosteneva che l’unica
libertà di scelta concessa dall’iniziativa sia quella data ai genitori
di plasmare i figli a propria immagine e somiglianza.
Sapete che vi dico, miei accusatori?
Sono stanco della vostra doppia morale e le vostre sirene non mi staccano
dalla mia nave. Appartengo a un istituto che, ci mancherebbe altro, ha
organizzato un contraddittorio sull’iniziativa e che esporrà ad
un albo, ci mancherebbe altro, una rassegna stampa delle ragioni del sì
e del no. L’hanno fatto anche le vostre scuole private? Non faccio politica,
non sono iscritto a nessun partito (ma non sono un astensionista), non
ho nemmeno un autocollante sull’auto che possa indicare le mie simpatie,
non sbandiero ai quattro venti le mie convinzioni religiose. Non saprei
neanche da che parte cominciare a dare un indirizzo ideologico al mio insegnamento
(e poi, ce l’ho un’ideologia?): con passione e fatica tento di mettere
in pratica quanto mi hanno insegnato i miei maestri e che con le parole
di Ezio Raimondi, uno dei più grandi studiosi contemporanei della
nostra letteratura, potrei riassumere così: «Occorre in primo
luogo enunciare un principio inderogabile: una scuola deve essere rigorosa
e interessante, anzi può essere interessante solo se è rigorosa,
ossia se definisce qualcosa di preciso, se ha quello che già Galileo
chiamava il senso delle cose ‘sode e portanti’. […] Probabilmente è
proprio l’abitudine al rigore osservativo che può determinare un
principio comune, una disponibilità mentale, una forza di comportamento,
cui poi si aggiungono gli elementi specifici delle singole discipline».
Tento di insegnare ai miei allievi, per dirla con le parole di un pensatore
contemporaneo, ma che potrebbero essere di Socrate, a «stare in guardia,
e saper riconoscere nei dettagli le astuzie della manipolazione; [ad] apprendere
a pensare con rigore, ed essere capaci di chiedere agli altri la stessa
cosa; [a] esercitare la creatività, a tutti i livelli». Se
sono stato un buon insegnante, se anche solo in parte sono riuscito nel
mio intento, i miei allievi sapranno rintuzzare i miei patetici tentativi
di condizionarli – condizionarli? – nell’unica occasione in cui (lo ammetto,
sono colpevole) ho espresso a chiare lettere in classe un’opinione che
qualcuno chiamerà politica. Ma non era un’opinione su un argomento
qualunque: era sulla scuola pubblica, alla quale ho dedicato tutta la mia
breve carriera professionale e a cui dedicherò quel poco che ancora
mi concederete di vivere. Rivendico a testa alta il diritto di difendere
la scuola in cui insegno, come rivendico il diritto di criticarla, anche
duramente, quando prende strade che non mi piacciono. Chiedete pure al
Consiglio di stato i debiti provvedimenti. Anzi, il solo possibile: la
cicuta. Gran bella cosa le coincidenze.