N. Pini 13-09-16
M. Truaisch 24-08-16
C. Zanini Barzaghi 20-08-16
F. Celio 20-08-16
G. Sergi 20-08-16
A. Bertagni 18-08-16
A. Bertagni 18-08-16
F. Cavalli 25-11-08
BORSE DI STUDIO, NO ALLA REVISIONE!
Nicola Pini,
laRegione, 13 settembre 2016Fra le ragioni della mia firma con riserva posta in calce al rapporto della Commissione della gestione sulla manovra finanziaria vi è sicuramente la proposta legata alle borse di studio. A prima vista può intrigare: tramutare una parte delle borse di studio per il grado terziario in prestiti, responsabilizzando maggiormente gli studenti sull’aiuto allo studio. Tuttavia una lettura più ampia della realtà in cui si muovono studenti e neolaureati pone ben più di un interrogativo sulla necessità di questa funzione pedagogica: l’assegno viene infatti già oggi accordato solamente per la durata regolare della formazione e 3 studenti su 4 svolgono già un’attività lavorativa durante gli studi per autofinanziarsi.
Inoltre, è oggi sempre più difficile trovare immediatamente un impiego anche per chi esce dall’università e, prima di trovare un’occupazione piena, stabile e ben remunerata, si è spesso obbligati a passare da vari stage per maturare quell’esperienza sempre più richiesta anche per un primo impiego. Per non parlare di un’altra realtà del nostro tempo, i posti di lavoro a tempo parziale, che oggi toccano quasi un terzo dei trentenni. Anche perché, ricordiamolo, non è che le borse di studio sostengano proprio tutti, anzi: sono accordate in modo oculato e mirato, destinate a studenti di famiglie della fascia mediobassa, anche grazie al recente passaggio dal criterio del reddito imponibile a quello del reddito disponibile, scelto proprio per limitare gli aiuti unicamente a coloro che ne hanno davvero bisogno e prevenire eventuali abusi. Ragioni in più, queste, per non banalizzare un debito di 25’000-30’000 franchi – peraltro giudicato medio-alto dalle politiche pubbliche che si occupano di prevenzione dell’indebitamento – sulle spalle di giovani ai quali la società chiede non solo di camminare sulle proprie gambe, ma di costruirsi un futuro professionale e un progetto di vita, investendo nell’economia reale, partecipando alla vita sociale e politica, creandosi una famiglia (ricordo che un recente studio ha confermato che il fattore finanziario incide sulla scelta di fare figli). Tutti obiettivi importanti, necessari, ma non scontati; ancora meno scontati se il giovane parte con un debito sulle proprie spalle, con le inchieste che ci dicono che oltre la metà di chi ha un debito in giovane età lo porta con sé per molti anni, se non per sempre.
Mi chiedo poi se tale misura porti per davvero a un risparmio. Anche in questo caso nutro dei dubbi: per gestire il recupero dei prestiti, infatti, occorrerà più burocrazia e forse un potenziamento dell’apparato amministrativo addetto alle borse di studio (di certo sarà necessario offrire agli studenti una consulenza su come programmare il rientro finanziario, per evitare il perpetuarsi o il peggiorare della situazione). Un recupero che, l’esperienza insegna, non è nemmeno scontato: non è sempre così facile, né gratuito, riscuotere i prestiti, anche senza interessi o con tassi d’interesse minimi. Senza dimenticare che la formula dei prestiti amplia probabilmente la portata delle deduzioni fiscali per i figli agli studi, non eliminando quindi le spese dello Stato, ma semplicemente spostandole.
Un ultimo elemento, che in realtà è il primo e il più importante: intervenire nell’ambito della formazione dei giovani per riportare l’equilibrio finanziario all’interno dello Stato non può che essere l’ultima ratio, l’ultimissimo ambito di intervento, e soprattutto sempre ben ponderato. Il futuro del Cantone dipende soprattutto dalle scelte che fanno e faranno i giovani ticinesi in ogni ambito, dagli studi alla politica. A loro va lasciato campo per formarsi, per sognare, per creare, per organizzarsi e per migliorare la società. Altrimenti smettiamola di dire che i giovani sono il futuro.
TAGLI ALLE BORSE DI STUDIO
Marino Truaisch,
laRegione, 24 agosto 2016Semplicemente splendido il commento di Aldo Bertagni, pubblicato come editoriale sulla ‘Regione’ del 18 agosto passato a proposito di borse di studio. La maggioranza parlamentare (Plr-Ppd-Lega) propone di trasformare, anche per i primi tre anni universitari (Bachelor), le borse di studio in prestiti da restituire. Questo in barba al tanto declamato principio liberale ‘uguali opportunità per tutti’. In futuro dunque, avremo tutti la possibilità di accedere agli studi superiori, a condizione di provenire da una famiglia benestante che sia in grado di finanziare ‘senza fare una piega’ i costi dell’Università. Gli studenti provenienti da famiglie con redditi bassi o modesti, magari più dotati dei ‘rampolli di buona famiglia’, dovranno o rinunciare o indebitarsi nei confronti dello Stato, senza nemmeno la garanzia di trovarsi un impiego confacente. Se è una questione di risparmio nell’ambito della manovra in vista del Preventivo 2017, piuttosto perché non adeguare la deduzione per ?gli agli studi in base al reddito e non a pioggia come fatto finora?
Purtroppo c’è anche chi vede nella facilitazione all’accesso agli studi, fin qui praticata, un ostacolo alla ‘borghesia nostrana’ di piazzare i propri discendenti nei limitati impieghi qualificati a disposizione in Ticino, quindi, meglio eliminare la concorrenza ponendo nuovi ostacoli all’accesso agli studi; le famiglie dei ‘poveri cristi’, con uno o più figli dotati, avranno un grattacapo in più per dar loro un’adeguata formazione. Questo è inaccettabile, a meno che si voglia riportare indietro l’orologio di 60 anni, quando a studiare erano solo i figli di una certa ‘casta’. In fatto di democratizzazione degli studi, con questo tipo di proposte non stiamo certo migliorando.
STUDI, UNA BORSA PIÙ PICCOLA?
Cristina Zanini Barzaghi,
laRegione, 20 agosto 2016La maggioranza parlamentare vuole estendere il prestito anche ai primi tre anni. «È bene responsabilizzare chi riceve un sostegno dallo Stato» dichiara Alex Farinelli , capogruppo Plr e prossimo redattore del rapporto di maggioranza (con Ppd e Lega) sulla manovra finanziaria – per 180 milioni di franchi – varata dal Consiglio di Stato. Tradotto in soldoni, l’idea è quella di inasprire il giro di vite governativo per contenere ulteriori spese, chiedendo di passare alla cassa agli studenti universitari che oggi possono far conto su una borsa di studio. Nel primo triennio (Bachelor), chi ha diritto riceve l’intera borsa, mentre per gli ultimi due anni (Master) un terzo della stessa (se richiesto) viene concesso in prestito da restituire in dieci anni, così come si prevede fra l’altro nel concordato intercantonale che fissa a un terzo, appunto, il tetto massimo per il prestito agli studi. L’idea di Farinelli è semplice: «Adottare la formula del terzo in prestito anche per il primo triennio». Un esempio? Se si dovessero ricevere 10’000 franchi annui, 3’300 di questi sarebbero soggetti alla restituzione; 3’300 per cinque anni, fanno 16’500 franchi di debito. Una bella cifra per chi merita e vuole conseguire il diploma universitario, pur partendo da condizioni economiche sfavorevoli... «Ovviamente si dovrebbe tener conto delle dovute eccezioni – commenta Farinelli –, come già capita oggi per situazioni particolari, dove il governo condona il prestito. Vogliamo cambiare la regola, ma mantenere le eccezioni. Al contempo però riteniamo che si debba anche responsabilizzare chi riceve un aiuto pubblico». Oggi la borsa di studio non va oltre i 16’000 franchi annui, il che può voler dire maturare un debito attorno ai 5’000 franchi all’anno, moltiplicati per cinque. Resta pur sempre un andicap per chi si affaccia al mondo del lavoro e ambisce alla propria autonomia finanziaria... «Lo ripeto, là dove vi è comprovata difficoltà si può sempre condonare il prestito – precisa il capogruppo liberale radicale – e al contempo riteniamo giusto restituire allo Stato, vale a dire alla società, quanto anticipato per poter poi avere un tenore di vita migliore». Cambiando metodo secondo la vostra proposta, cosa si risparmia? «È una stima, perché non abbiamo dati esatti. Si parla di due, tre milioni all’anno. Ovviamente col nuovo sistema a regime».
Ma come? Il partito che punta sulla formazione e sull’innovazione, vuole trasformare in prestito anche le borse dei primi anni di studio. Ciò renderà ancora più difficile l’accesso agli studi di giovani meritevoli provenienti da famiglie con reddito modesto. Negli anni, gli importi delle borse e dei prestiti di studio sono diminuiti moltissimo, e sono nettamente insufficienti per sostenere le importanti spese che una famiglia deve assumersi quando un figlio prosegue gli studi. Le tasse d’iscrizione delle università svizzere sono ancora abbordabili ma il costo della vita via da casa è molto alto e i genitori, spesso famiglie monoparentali, arrivano a dover sostenere ben più di mille franchi ogni mese. È già oggi dimostrato che chi ha genitori che non hanno avuto accesso ad una formazione universitaria hanno meno possibilità di permettere ai propri figli di intraprendere questo cammino. Gran parte del benessere di noi ticinesi viene prevalentemente da coloro che si sono formati oltralpe, in una lingua che non è l’italiano, superando molte difficoltà, non solo quelle finanziarie. Queste persone spesso non trovano posti di lavoro adeguati da noi e si assiste ad una fuga di cervelli. Infatti in Ticino il mondo del lavoro negli ultimi decenni si è deteriorato molto anche per i neolaureati di molte discipline accademiche, che devono accontentarsi di salari da fame. Perciò la proposta di passare dalle borse ai prestiti non va proprio nella direzione giusta. Con le borse di studio non si fa dell’elemosina. Si dà la possibilità alle nostre ragazze e ragazzi di acquisire competenze e avere i mezzi per costruire un Ticino futuro innovativo e responsabile. Parafrasando il prof. Martinoli al primo d’agosto, permettere l’accesso agli studi a persone meritevoli è la cosa migliore per coltivare la materia prima più importante del nostro Paese: “La materia grigia”.
ECCO IL ‘DETTAGLIO’ CHE SFUGGE AI CRITICI
Franco Celio
laRegione, 20 agosto 2016Mi permetto di dissentire dalle aspre critiche di Aldo Bertagni e del consigliere di Stato on. Bertoli (v. ‘laRegione’ del 18 agosto) nonché, verosimilmente, di tutto il fronte rosso-verde, contro la proposta della maggioranza della Commissione della gestione di trasformare una parte, invero minoritaria (1/3) dei sussidi cantonali per borse di studio in prestiti, che i beneficiari dovranno poi rimborsare, su un arco di tempo peraltro abbastanza lungo (10 anni).
Forse ai critici sfugge un “dettaglio” che del tutto trascurabile non è, ovvero che gli aiuti allo studio, in genere, consentono pure ai beneficiari di migliorare in futuro anche la propria posizione economica. E se poi detti beneficiari, come spesso capita, si stabilissero altrove, che vantaggio ne avrebbe il Cantone d’origine? In sostanza nessuno, né sul piano fiscale né su altri. Ebbene, chiedere che costoro – a posizione economica consolidata – ridiano allo Stato non già l’intera somma, ma solo 1/3 di quanto esso ha speso per consentir loro di raggiungere tale posizione, non mi sembra affatto irragionevole; tanto meno un’angheria “a danno dei più deboli”, come si dice con alquanta demagogia! Qualora poi gli studi non venissero conclusi, la pretesa che lo Stato debba assumersi integralmente l’onere dei sussidi (in quel caso del tutto a fondo perso), mi sembra perlomeno molto discutibile. Parafrasando l’on. Bertoli, o meglio il commento dell’intervistatore alle sue dichiarazioni, in quel caso sarebbe infatti lo Stato a subire, oltre al danno, le beffe!
Concordo invece con le critiche di Bertagni e Bertoli alle troppo elevate deduzioni fiscali concesse anche a famiglie con redditi alti e altissimi. Forse la Commissione non ha voluto entrare nel merito in attesa della prevista revisione globale della legge fiscale, in arrivo (sembra) fra non molto; revisione che dovrebbe fare un po’ di chiarezza – è da sperare – anche nell’intricata “selva oscura” delle deduzioni. Un segnale chiaro e forte che le deduzioni non devono essere né eccessive, né eccessivamente generalizzate, onde non stravolgere il principio fondamentale della progressività dell’imposta, sarebbe però utile e opportuno fin da subito.
Operare tanto sul fronte delle uscite, quanto su quello delle entrate, eliminando in ambedue i casi “generosità” eccessive che sconfinano nella dabbenaggine, sarebbe necessario non solo per ristabilire un po’ di equilibrio, applicando il vecchio ma sempre valido principio della simmetria dei sacrifici, ma anche per consolidare la famosa, ma anche un po’ fumosa, “manovra di rientro” finanziario!
BORSE DI STUDIO, L’APPETITO VIEN MANGIANDO...
Giuseppe Sergi
laRegione, 20 agosto 2016Fa bene Manuele Bertoli a opporsi alla proposta avanzata da Alex Farinelli tesa ad estendere anche al bachelor (cioè i primi tre anni di studi universitari) il nuovo sistema di assegnazione delle borse di studio che prevede la possibilità di affiancare agli assegni di studio anche dei prestiti di studio.
Ma, dov’è andato a pescare questa idea Farinelli?
Nella riforma che il Parlamento cantonale ha votato nei primi mesi del 2015, approvando, alla quasi unanimità, il Messaggio del governo relativo alla nuova Legge sugli aiuti allo studio. È proprio con questa modifica legislativa che il governo proponeva di introdurre la possibilità di trasformare una parte (un terzo) dell’assegno per gli studi di master in prestito di studio.
Una proposta accolta da tutto l’arco parlamentare. Il rapporto della commissione porta la firma, come relatore, di Carlo Lepori, futuro presidente ad interim del Ps, così come quelle dei rappresentanti di tutti gli altri schieramenti politici.
Nel rapporto si spiega come “Un cambiamento di rilievo è la possibilità del frazionamento del sostegno agli studi al livello di master (art. 14 cpv. 2): «Le borse di studio per i richiedenti che seguono un master possono essere convertite fino a un massimo di un terzo in prestiti per decisione del Consiglio di Stato»”. Solo il deputato dell’Mps Matteo Pronzini si era apertamente pronunciato contro il rapporto in una breve dichiarazione di voto (la “procedura scritta” adottata dal GC per la discussione sul tema non gli permetteva di intervenire... ), motivando il suo voto contrario proprio con la presenza di questa misura relativa ai prestiti di studio.
Nel suo intervento Carlo Lepori si abbandonava ad un ottimismo assai ingenuo ricordando come la nuova legge “... prevede che per i corsi universitari sia possibile trasformare fino a un terzo del costo in un prestito e in questa legge tale possibilità è ristretta al master ed è già prevista come misura di risparmio del Preventivo 2015. Vista però l’importanza della formazione in un Cantone come il nostro, ci si augura che questa misura di risparmio sia introdotta solo in caso di vera necessità” (verbale del GC del 23 febbraio 2015).
Ora questa proposta “classista”, come l’ha definita su ‘laRegione’ di giovedì Manuele Bertoli al quale, purtroppo, si deve la responsabilità politica della sua introduzione (seppur solo nell’ambito dei master), si vorrebbe estenderla anche ai primi tre anni degli studi universitari.
Non sappiamo con quale obiettivo Bertoli abbia allora proposto tale misura nella nuova legge sull’aiuto agli studi. Speriamo solo che non sia stato nella logica, che ormai si è radicata da tempo all’interno della sinistra social-liberale, secondo la quale, di fronte ad un attacco della destra, la resistenza non può essere radicale, ma bisogna, alla fine, accontentarsi ed accettare, realisticamente, il “male minore”. È questa la logica che spesso ispira l’“opposizione” alla politica della destra. Ma, come abbiamo visto in questo caso, il male minore prepara quasi sempre la strada al peggio.
A questo atteggiamento se ne deve opporre uno fondato sulla difesa di principi politici e sociali che, in nessun caso, devono essere scalfiti. Poiché, come diceva qualcuno, da un graffio al pericolo di cancrena il passo è breve.
‘UNA PROPOSTA CLASSISTA’
Aldo Bertagni
laRegione, 18 agosto 2016Aumentare il debito delle fasce più deboli, sostiene il direttore del Decs, significa escludere chi meno ha. Mentre le deduzioni oggi favoriscono i ricchi.
«Con questa proposta si vanno a peggiorare le condizioni di chi già vive in una situazione di difficoltà, mentre al contempo si lasciano benefici a chi oggettivamente non ne avrebbe bisogno». Manuele Bertoli , consigliere di Stato e direttore del Dipartimento educazione, cultura e sport (Decs) è a dir poco stupito, davvero non comprende la proposta in esame fra i capigruppo della maggioranza parlamentare (Plr, Ppd e Lega), nonché membri della Gestione, che vorrebbe mutare le condizioni oggi stabilite per le borse di studio concesse agli studenti universitari. Detta altrimenti, allargare la modalità ‘prestito’ – nella misura di un terzo – anche durante il primo triennio (Bachelor), oltre al Master come capita oggi in Ticino. La misura, sempre secondo la maggioranza, dovrebbe rientrare nel pacchetto di 180 milioni varato dal governo per contenere il disavanzo d’esercizio cantonale, che andrà in aula con l’inizio dell’autunno. «Un’idea che non mi piace per almeno tre motivi. Il primo perché, come detto, va a colpire una fascia della popolazione già debole e che non a caso chiede il sostegno pubblico per permettere ai propri figli di conseguire un diploma universitario» ci dice Bertoli. Vi è poi un secondo aspetto, non trascurabile. «Non tutti gli studenti universitari riescono, purtroppo, a portare a termine il proprio progetto. Se s’inserisce il prestito già a partire dal primo anno, qualcuno potrebbe ritrovarsi con un debito e senza il titolo di studio» aggiunge il direttore del Decs. Come dire, oltre al danno pure la beffa. Infine, e non ultimo, «se proprio si vuole risparmiare qualcosa in questo settore, si potrebbero rivedere le deduzioni fiscali oggi concesse per i figli agli studi fuori cantone; una cifra importante [13’400 franchi, ndr] che, come ha riferito il vostro giornale sabato scorso, coinvolge anche fasce di redditi decisamente elevati e non certo bisognosi di questo sconto». Lì sì, casomai, che c’è margine di manovra senza penalizzare i cittadini più deboli, aggiunge Bertoli. Agire sulle borse di studio, che vengono elargite sulla base di criteri economici, e non sulle deduzioni fiscali in questo caso identiche per tutti, significa «mettere in atto una vera e propria discriminazione classista» conclude il consigliere di Stato. Come dire, fare cassa e coprire il debito pubblico, caricando il peso sui debiti individuali di chi già fatica a pagare quelli che ha, è a dir poco singolare. Per non dire peggio. Comunque vada, ricorda il direttore del Decs, si dovrà cambiare la specifica legge varata dal parlamento nel febbraio 2015 (oltre ad alcune modifiche approvate quest’anno).
TAGLIANDO LE BORSE SI TAGLIA IL FUTURO
Aldo Bertagni
laRegione, 18 agosto 2016Uguali condizioni di partenza. È un principio liberale che garantisce a tutti una chance. Anzi, che permette ai migliori di riuscire là dove l’estro e le capacità del singolo lo permettono, a prescindere dal fato; dalle condizioni economiche e sociali della propria famiglia. Perché siamo tutti uguali, secondo il diritto, ma anche perché solo così la società può contare sul contributo e l’impegno dei propri figli migliori e non. Escluderli dalla competizione (professionale in particolare) sarebbe un’ingiustizia, ma anche un danno collettivo. Fra le misure che lo Stato di diritto s’è dato per garantire quanto sin qui detto, vi è la scelta di elargire contributi pubblici agli studenti meno abbienti. Un sostegno concreto a chi non ha i mezzi (meglio, non li ha la sua famiglia) per arrivare sino al conseguimento del diploma universitario. In Canton Ticino vi è la possibilità – stabilite le condizioni, peraltro più restrittive rispetto al passato – di ricevere una borsa di studio per i primi tre anni universitari (Bachelor) e due terzi della stessa somma per gli ultimi due (Master). Senza rimborso alcuno. Perché lo Stato riconosce in tutti gli studenti un valore e un bene ‘collettivo’, non solo individuale. Un valore, fra l’altro, particolarmente prezioso in tempi come gli attuali dove la concorrenza salariale è forte, la pressione estera è quotidiana e il futuro dei giovani ticinesi sempre più incerto. Tempi che vorrebbero un potenziamento dei sostegni pubblici per ampliare favorevoli condizioni di partenza davvero a tutti, stranieri compresi come del resto già capita, perché un’alta istruzione permette più ampie possibilità d’integrazione.
Orbene, la maggioranza del Gran Consiglio (Plr, Ppd e Lega) si sta muovendo sulla strada opposta. Concentrata com’è sulla necessità di contenere la spesa pubblica – costi quel che costi, verrebbe da dire – ha intenzione di inserire il prestito finanziario anche nei primi tre anni di frequenza universitaria, sempre nell’ordine di un terzo (anche perché di più non può, per il concordato intercantonale). Detta altrimenti, gli studenti meritevoli ma economicamente sfortunati dovranno assumersi – con la concessione del contributo pubblico – un debito importante da risarcire sull’arco di dieci anni. Anche sino a 25’000 franchi. Come dire, se nasci in una famiglia di scarse risorse, beh è già tanto se ti prestiamo i soldi per finire gli studi. In altri termini, brutali, si propone di allargare ulteriormente la forbice della disuguaglianza fra chi ha poco e chi ha tanto. Proprio così, perché al contempo la stessa maggioranza si guarda bene dal rivedere il contributo (13’400 franchi) fisso previsto nella deduzione fiscale di chi ha un figlio agli studi fuori cantone e non rientra quindi giornalmente a domicilio. Fisso ed uguale, questo sì, per tutti a prescindere dal reddito imponibile (cfr ‘laRegione’ 13.8.16). Una deduzione – lo dicono gli addetti ai lavori – che “risulta assai importante anche per le fasce di reddito imponibile medio-alte”. Stiamo parlando di contribuenti con imponibili fiscali attorno ai 150mila franchi (corrispondenti a un reddito lordo di 300mila franchi) che con due figli agli studi oltre Gottardo beneficiano di uno sgravio fiscale pari al 25,7% dell’imposta totale dovuta senza la deduzione. Non proprio noccioline. Risparmi importanti per i cittadini benestanti e giro di bulloni ai figli dei meno abbienti. Un’evidente politica di destra (o forse, peggio, di risparmismo sciocco) che Plr, Ppd e Lega non nascondono. Onore alla chiarezza. E finalmente anche i leghisti hanno buttato via la foglia di fico di stampo sociale. Era solo demagogia, beato chi ci ha creduto.
GIÙ LE MANI DALLE BORSE DI STUDIO
Francesco Cavalli
laRegione, 25 novembre 2008Nel 1995, in occasione di un incontro con gli studenti del Liceo di Locarno, un insigne ingegnere ticinese, progettista di grandi opere come dighe e gallerie, ebbe a dire che “in futuro non ci saranno più diritti acquisiti quali la gratuità degli studi”. Nella discussione che seguì uno studente gli chiese: “come potrà un figlio di operai andare all'Università?” La risposta fu lapidaria: “pagherà dopo”. Nel frattempo quello studente è diventato, grazie anche agli assegni di studio, un brillante astrofisico.
Ora la tesi liberista dell'illustre ingegnere, secondo cui gli studi si possono anche pagare dopo, sta tornando di attualità e l'istituto degli assegni di studio, che ha consentito a molti giovani di condizioni modeste di accedere agli studi superiori, è messo in pericolo.
C'è stata dapprima un'iniziativa parlamentare della Lega tendente a trasformare tutti gli assegni in prestiti e, subito dopo, il preventivo 2009 con il quale il Consiglio di Stato propone, entro il 2011, un taglio di 4 milioni dagli assegni di studio per convertirli in prestiti. È sintomatica a questo proposito la mancanza di coerenza dell'esecutivo che in un primo tempo aveva respinto l'iniziativa leghista, per poi accoglierla parzialmente.
Va precisato che nel 2007, come risulta da una pubblicazione dell'Ufficio federale di statistica, il cantone Ticino ha concesso assegni per 18.6 milioni e prestiti per 4 milioni. I prestiti costituiscono quindi attualmente il 18% del totale, mentre a livello federale la quota è in media del 9.3%. Trasferire ulteriori 4 milioni dagli assegni ai prestiti porterebbe il Ticino al poco invidiabile penultimo posto tra i cantoni nel rapporto tra assegni e prestiti. Anche l’importo medio per assegno precipiterebbe sotto la media nazionale.
La nostra scuola pubblica si propone tra i suoi obiettivi anche di promuovere le pari opportunità e di ridurre gli ostacoli socioeconomici che possono pregiudicare le possibilità di formazione. L’origine sociale resta infatti ancora oggi l’elemento più importante tra quelli che concorrono a determinare il livello finale di formazione dell’individuo.
Gli assegni di studio costituiscono dunque uno strumento fondamentale per ridurre tali disparità e, essendo investimenti per il futuro, andrebbero incrementati invece che ridotti. Ciò vale a maggior ragione nell’attuale momento congiunturale, quando si comincia a parlare di recessione, quando sono sempre di più le famiglie che faticano a far quadrare il proprio bilancio e quando sono pure diminuite le possibilità di trovare un lavoro confacente al termine degli studi. Per queste ragioni la proposta di aumentare la quota del prestito è quanto mai improvvida. Ottenere un prestito significa contrarre un debito e sappiamo bene come un debito possa condizionare la situazione economica di un giovane, magari con famiglia, che inizia un’attività lavorativa con uno stipendio generalmente modesto e senza la sicurezza del posto di lavoro.
Bene fanno quindi gli studenti, i sindacati e altre associazioni a protestare contro questo tentativo di smantellare progressivamente tale importante compito dello Stato.
Mi auguro che il Gran Consiglio sappia riconoscere l'incongruenza di questa misura di risparmio e corregga opportunamente il preventivo 2009, in modo da garantire anche in futuro ai nostri giovani la possibilità di ottenere assegni di studio.