ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Scuola privata: la logica economica della doppia velocità


Uno degli argomenti più spesso citati dai fautori dell’iniziativa sui bonus scolastici riguarda il benefico effetto che la concorrenza delle scuole private avrebbe sul servizio pubblico. Evidentemente al termine ‘concorrenza’ si dà un significato molto ristretto, intendendo che la scuola pubblica non possa che risultare stimolata dal confronto con metodi educativi diversi. Questo argomento è già stato relativizzato in un bell’articolo di Mario Delucchi (“Non solo questione di sussidi ai ricchi”, La Regione, 2 febbraio 2001), che mostra come, nel settore elementare nel quale lavora, negli ultimi 20 anni non una sola innovazione scolastica sia stata promossa, introdotta o neppure stimolata dalle scuole private.

Qui intendo pertanto soffermarmi su un altro aspetto della concorrenza tra privato e pubblico che i fautori della ‘libera scelta’ si guardano bene dal nominare: quello economico. Per quanto possa essere forte la tentazione di equiparare il mercato dell’educazione con il mercato delle merci, e di concludere che tanto maggiore è la concorrenza tra istituti scolastici pubblici e privati tanto migliore è la qualità dei servizi offerti dagli uni come dagli altri, questa analogia non funziona. Da un lato, non esiste alcun teorema economico (salvo uno, detto dell’equilibrio economico generale, che comunque richiede ipotesi tanto restrittive da renderlo un esercizio puramente teorico senza alcun riferimento a sistemi economici concreti) che permetta di affermare che il ‘libero mercato’ (dell’educazione come di qualsiasi altra merce) sappia raggiungere automaticamente uno stato di efficienza ed equilibrio stabili.

D’altro lato, l’educazione non è una merce come le altre. Per esempio, chi prende le decisioni in questo campo (famiglia) non è la medesima persona (studente) che poi ne godrà i benefici o pagherà le conseguenze; le implicazioni economiche dell’educazione diventano evidenti solamente nell’arco di decenni, un periodo di tempo molto più lungo dell’intervallo in cui le previsioni sul mercato del lavoro sono attendibili; l’educazione non è scindibile dalla persona che l’ha acquisita, e non può quindi essere ceduta (neppure in garanzia per l’ottenimento di prestiti di studio, il che rende imperfetto –e iniquo- il mercato finanziario ad essa associati); le informazioni sulle differenti scuole non sono pienamente accessibili, e fintanto che non se ne è frequentata una è difficile farsene un’idea ben precisa (situazione che gli economisti chiamano di ‘asimmetria informativa’); vi sono evidenti distorsioni tra gli obblighi dell’ente pubblico e del privato: il primo è tenuto a fornire un’educazione universale e gratuita, facendosi carico di allievi deboli, regioni di periferia, stranieri e così via (il che, dal punto di vista umano, ha i suoi benefici educativi, ma dal punto di vista economico rappresenta un handicap), mentre il secondo è libero di selezionare i suoi allievi, decidere quanti stiparne in una classe, eccetera.

L’aspetto più preoccupante per il futuro della scuola ticinese riguarda tuttavia le modalità con cui avviene la competizione tra scuola privata e pubblica. Al momento la scuola privata occupa spazi marginali: il 5.5% del totale degli allievi, divisi tra pedagogia steinieriana e scuole cattoliche. Evidentemente, tuttavia, se i bonus fossero accettati (e non interamente assorbiti dai già preannunciati aumenti delle rette) la scuola privata diventerebbe un’opzione più interessante, dal punto di vista finanziario. Ciò aprirebbe nuove nicchie di mercato, che potrebbero essere occupate da nuove scuole –magari con scopi diversi da quelli delle scuole private esistenti. L’esperienza dei paesi con una lunga tradizione di scuola privata (paesi anglosassoni e Giappone, in particolare) mostra che una di queste nicchie è presto occupata da scuole di eccellenza, vale a dire scuole piuttosto esclusive che mirano esplicitamente alla preparazione in vista della futura iscrizione alle università. I nostri licei pubblici sono evidentemente all’altezza della situazione, e non vi è molto margine per incrementare i ritmi. Ma la situazione è ben diversa nelle scuole dell’obbligo, dove l’educazione generalista e il carattere eterogeneo delle classi lascia ampio margine per una formazione più strettamente accademica, a ritmi accelerati, degli allievi migliori.

Questa è dunque una nicchia di mercato interessante per la costituzione di eventuali nuove scuole private. Per loro natura, tali istituzioni sarebbero piuttosto care, dal momento che richiedono personale insegnante con una preparazione superiore alla media (si pensi che i rettori di scuole come l’inglese Eton sono scelti tra i Fellows di prestigiosi college di Oxford e Cambridge), sezioni poco numerose e molto materiale didattico. Tali scuole mirano pertanto a clienti decisamente ricchi, o allievi particolarmente capaci (a questi ultimi, se non dotati di mezzi finanziari, le scuole d’eccellenza britanniche e statunitensi offrono generose borse di studio, per l’effetto trascinatore che essi hanno sul rimanente degli allievi), e sono decisamente esclusive, in quanto multietnicità e disparità di vario genere sono eliminate fin dal principio (molti possono, giustamente, ritenere questa una perdita dal punto di vista educativo; ma è questione di scelte).

Offrendo una preparazione superiore alla media, queste scuole incrementano considerevolmente le possibilità di successo agli studi universitari, i quali a loro volta danno accesso ai posti di lavoro migliori. Si crea così una situazione che si auto-alimenta, con scuole per ricchi che producono ricchi, i quali manderanno i loro figli nelle medesime scuole. Queste scuole, assorbendo fondi pubblici e attraendo gli studenti più dotati sottraggono risorse finanziarie e intellettuali alla scuola pubblica, con ovvi riflessi sulla qualità dell’insegnamento che è possibile impartire in condizioni via via peggiori.

Non meraviglia pertanto il degrado che si rileva nelle scuole pubbliche dei paesi che hanno permesso e stimolato l’instaurarsi di meccanismi di questo genere. E occorre ricordare che questo stato di cose è il risultato dell’operare delle forze di mercato, e non di qualche distorsione artificiale. I bonus scolastici, che vengono proposti come rimedio all’evidente ingiustizia che permette solamente alle famiglie relativamente agiate di ‘scegliere liberamente’ la scuola presso cui mandare i propri figli, rischia di trasformarsi nella causa del cumularsi proprio della medesima ingiustizia, che porterebbe alla conseguenza ultima di privare le classi meno abbienti di quella che, oggi, è un’ottima educazione fornita a tutti a titolo del tutto gratuito.

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